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Recensione N. 32: Flocka e Nastaradin di Gino Luka

Di Karim Metref

Questa volta eccezionalmente si farà una recensione contemporanea di due libri, Flocka e Nastradin, dello stesso autore, Gino Luka. I due libri sono usciti nel 2014 per la casa editrice online Lulu (www.lulu.com).

flockaFlocka, sottotitolata: favole e fiabe albanesi. è come lo indica il titolo una raccolta di fiabe e favole di vari tipi. Si va dalla favola con animali nello stile tradizionale di Kalila wa dimna e delle favole di Esopo e La Fontaine, alla fiaba magica, al racconto popolare, alla leggenda mitolgica.  16 brevi racconti della tradizione albanese più una favoletta d’autore.

 

nastaradinNastradin è una raccolta di avventure in salsa albanese del personaggio fiabesco Nasruddin Hugia diventato famoso in tutto l’ex impero musulmano e anche oltre. I racconti.

Nasruddin (Hoja, Hoggia, Hoxha, giuha, giufà…) è un personaggio che popola l’immaginario di molti popoli intorno al mediterraneo e non solo. E’ un personaggio a volte saggio, a volte furbo e a volte anche stupido. Ma di una stupidità che lascia sempre attoniti.

Nel libro Luka ne ha raccolto 107 brevi racconti e aneddoti. In più dei racconti ha aggiunto una breve presentazione del personaggio, della sua storia e dei suoi vari nomi secondo le regioni del mondo dove si ritrova. In più di una ricca bibliografia e sitografia sul personaggio e su temi connessi.

I due libri sono di facile lettura e molto piacevoli adatti per un pubblico giovane, per le scuole ma anche semplicemente per passare momenti di lettura divertente e spensierata.

Gino Luka:

Flocka – Favole e fiabe albanesi, Lulu, 2014, 90 pp, € 7,48  ISBN: 13 9781291744538

NastradinLulu, 2014, 151 pp, € 7,56, ISBN: 13 9781291736014

 

 

Recensione N. 31: Il comandante del fiume di Cristina Ali Farah

ali-farah

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Di Karim Metref

Dopo il suo eccellente Madre Piccola uscito nel 2007 per Frassinelli, la scrittrice italo-somala Ubax Cristina Ali Farah ci regala finalmente un suo nuovo romanzo, Il comandante del fiume (66th and 2nd, 2014).

La storia si svolge a Roma. E’ la storia complessa e travagliata di una famiglia italo somala in esilio che non riesce a guardare il passato in faccia. Si fa finta di niente. Si sussurra piano per non far sentire alle nuove generazioni le attrocità del passato. Si pensa che il tempo potrà cancellare tutto.

Ma le nuove generazioni non riescono ad andare avanti senza fare i conti con il passato. Yabar non riesce ad andare avanti. Zahra, sua madre cerca di tenerlo lontano dalla Somalia, dai ricordi, dagli odi, dai rancori. Il nome del suo padre crea intorno a lui imbarazzo e sguardi carichi di rancore. Chi è il padre di Yabar? Da dove viene, cosa fa? E dove è finito? Yabar non sa nulla ma sente tutto. Il suo bisogno di sapere diventa ribellione, menefreghismo. Quasi autolesionismo.  La verità sarà una medicina dolorosa, amara, ma utile.

Ritmo narrativo che alterna velocità a momenti di lenta meditazione. Si legge facilmente e con piacere. Il comandante del fiume è un libro pieno di sensibilità e che tenta di narrare con delicatezza una realtà molto dura, quella delle profonde divisioni che lacerano il popolo somalo, anche (forse ancora di più) in esilio. Da leggere.

 

Ubax Cristina Ali Farah ci regala finalmente un suo nuovo romanzo, Il comandante del fiume (66th and 2nd, 2014).

 

 

Recensione N. 30: Dopo tutto ognuno è solo di Amor Dekhis.

ognuno è solo

Sotto l’ombra delle donne.

Recensione di Karim Metref.

ognuno è solo«Dopo tutto ognuno è solo» è l’ultimo romanzo dell’autore italo-algerino Amor Dekhis. Il primo, intitolato “I lupi della notte”, pubblicato, per L’ancora del Mediterraneo, nel 2008, era un romanzo poliziesco di anticipazione ambientato nella Firenze multietnica del 2015. Il protagonista del romanzo noir è l’agente Salah (detto Salé) nato in Algeria e rifugiato in Italia per sfuggire alla violenza dei gruppi islamisti armati (GIA) durante la feroce «guerra sporca» che insanguinava il suo paese d’origine negli anni 90′.

Salé è agente di una speciale unità multiculturale formata da poliziotti con retroterra culturali diversi e capeggiata dall’ispettore Armando. Una unità specializzata nelle inchieste sui casi che coinvolgono persone e gruppi di origini non italiane.

Ne “I lupi della notte”, l’agente Salé gira i quartieri “arabi” della metropoli toscana in circa di un assassino probabilmente di origine magrebina ma finisce per imbattersi nei fantasmi che hanno tormentato il suo passato, quando ancora viveva nell’insignificante borgata di Bou Z’nada, nel profondo entroterra algerino.

Dopo tutto ognuno è solo”, il secondo romanzo di Amor Dekhis è di nuovo un poliziesco. Anche questo ha come protagonista l’agente Salé e l’ambientazione è sempre Firenze, ma del presente invece che del futuro.

L’autore si iscrive così nella tradizione degli autori di “noir” che rimangono spesso fedeli ai luoghi e ai personaggi, affidando così alla complessità della trama e all’arte del suspense tutto il fascino del racconto e non alla descrizione di ambienti e protagonisti ogni volta diversi.

Il caso che si presenta all’unità dell’ispettore Armando è molto simile a quello del romanzo precedente: persone di origine magrebina (algerini in questo caso) che si fanno uccidere in giro per l’Italia. Questa volta è la modalità di uccisione ad attirare di più l’attenzione: collo spezzato con un forte colpo, forse una mossa di karate, e l’indice della mano destra fratturato. Sicuramente un messaggio. Ma un messaggio per dire cosa e a chi? Questo deve scoprire l’agente Salé.

Ma Salé, l’uomo, ha altre gatte da pelare. Di ritorno dall’Algeria dove era in missione per lavoro, il nostro agente si trova la casa vuota e un biglietto di congedo dalla donna che ha amato per 20 anni e che continua ad amare perdutamente. La sua vita è completamente sconvolta da questo evento che nulla lasciava presagire. Trascura spesso il suo lavoro e gira intorno come un animale in gabbia. Tra alcool, sedute di psicoterapia e ricerca di avventure sessuali con donne di passaggio, trova poco tempo e energia da dedicare al caso che ha da risolvere. E’ solo grazie a vari incontri casuali che riesce ad avvicinarsi sempre di più alla soluzione del problema. Le donne sono l’unica ossessione del povero agente ferito al cuore. Infatti il racconto sembra più spesso la storia della disillusione amorosa di un esule solitario (da cui il titolo del romanzo) che un poliziesco. Le donne sono ovunque. Donna è il fantasma che abita i tormenti del povero Salé; donna è la terapista che in vano cerca di aiutarlo a trovare il bandolo della matassa di quei tormenti; donna è la cameriera del ristorante in cui mangia spesso e con la quale sembra profilarsi la possibilità di una relazione seria; donne sono le donne di passaggio nel suo letto; donne anche le prostitute che va a trovare di notte sulle strade di periferia, in cerca di una Elena che esiste solo nella sua mente; donna è la giornalista turca che porta la notizia di un omicidio simile a quelli italiani commesso a Istanbul… Tutte donne, tutte belle, tutte attraenti, ma è una in particolare ad occupare progressivamente la scena. Si chiama Nur (Luce) ed è anche lei algerina di origine. Donna emancipata e attiva. Oltre ad essere bella e attraente come tutte le altre è anche molto intelligente. Potrebbe anche prendere il posto del fantasma se non fosse la custode di un terribile mistero. Mistero che riporterà di nuovo Salé agli strazianti ricordi della sporca guerra algerina e ai suoi intrighi mai risolti.

Amor Dekhis, Dopo tutto ognuno è solo. Edizioni Barbera, 2013.

Per arrivare a sera

Titolo: Per arrivare a sera

Perarrivare-FernandezAutore: Milton Fernandez

Anno: 2012

Genere: Narrativa

Casa Editrice: Rayuela Edizioni

Collana:

Prezzo: €. 15,00

Numero pagine:  399

ISBN: 9788897325086

 

Presentazione:

Un uomo inizia a scrivere una storia spinto da un amico al quale è profondamente legato. Le due vite s’intrecciano così in un gioco di specchi nel quale l’esistenza dell’uno finisce per dipendere da quella dell’altro. Nel romanzo allora le storie diventano due e potrebbero essere anche lette una indipendentemente dall’altra, a capitoli alterni, inframmezzati da pagine di pura poesia.

In Per arrivare a sera l’autore affronta in modo viscerale le vicende narrate per coglierne il significato più profondo, fino a interrogarsi sul senso stesso della vita e della morte. Le parole che usa, pur messe in discussione per la loro invadenza, vengono scelte con estrema cura, se ne riescono a scorgere colori, densità, diventano profumi.

Un libro in cui è facile perdersi, un labirinto Borgesiano dal quale non si vuole più uscire.

Recensione N.27: “Da solo nella fossacomune” di Viorel Boldis

A cura di Francesca Chiarla

Leggendo la raccolta di poesie di Viorel Boldis, si ha l’impressione di assistere all’evoluzione della varie fasi dell’esistenza di un uomo che dalla necessità di urlare la sua rabbai “graffiando” con la penna il foglio bianco giunge alla consapevolezza ed alla maturità del poeta cha amplia il suo sguardo sul mondo.

dasoloNella prima parte del testo, si percepisce fin dal titolo, una sorta di cupa atmosfera che ricopre i pensieri e le sensazioni e che fa sentire il poeta e, di conseguenza il lettore, “da soli nella fossa comune”; oltre all’anonimato dato dalla condizione di essere seppellito senza un nome, viene sottolineato il forte senso di solitudine in un luogo in cui soli non lo si dovrebbe essere. La realtà descritta dalle poesie in questa prima tappa della vita e della raccolta del poeta fa parte di un mondo ostile richiamato spesso dall’immagine evocativa dell’autunno e della nebbia sulla quale il migrante non ha alcun diritto di appartenenza, perchè è proprietà esclusiva dell’ “homus padanus”. E’ la condizione dello straniero con le sue difficoltà ed ingiustizie la protagonista di questi pirmi componimenti in cui il poeta alterna toni cupi e duri ad altri ironicamente pungenti che sembrano lasciare poco spazio alla libera interpretazione: “Se, dopo tutto, abbiamo il coraggio di sentirci davvero dei veri cittadini, voi ci ricordate che la nostra vita non è che uno scherzo….della Bossi-Fini!” .(pag.31)

Lo straniero descritto da Viorel Boldis non sembra avere molte alternative se non quella di vedersi inesorabilmente legato ad una condizione “routinaria” in cui si è imprigionati nella consapevolezza dell’impotenza umana di fronte al tempo che scorre in un mondo in cui anche un’ombra può essere clandestina: ““Il permesso di quest’ombra, per favore!” Lo guardavo impotente, come un quadro, “Vai in giro con un’ombra di colore, sei un bianco, l’hai rubata, sei un ladro!” ”(pag.24) Nello scorrere della lettura capiamo, però, che la paura più grande non è rappresentata da quella solitudine evocata dal titolo, bensì dall’indifferenza di chi nemmeno ti odia, ma a malapena ti guarda annoiato proprio come si guarda una statua in una piazza: “Salutatemi o insultatemi! Fate qualcosa ognitanto!”. (pag. 12)

Se, la lettura di questa prima parte lascerà al lettore l’amaro in bocca, la seconda parte ci condurrà piacevolmente fra le rime di una poesia diversa, più intimista e più positiva che sembra comunicare un nuovo messaggio di speranza per ricomunciare non solo aviver, ma ad esistere e ad essere consapevoli della propria esistenza cercando di creare alternative e “nuovi mondi”: “Da solo il mondo me lo costruisco, buttando nella spazzatura i brutti ricordi. Li seppellisco.”. (pag.66)

Anche l’amore gioca un ruolo fondamentale nei versi del poeta che, anche se rivolgendosi direttamnte alla donna amata, esprime concetti più ampi che abbracciano la natura stessa dll’esistere e che danno risposte ai grandi interrogativi dell’uomo: che cos’è la vita? Che cos’è la morte? Che cos’è l’amore? Queste domande portano inevitabilmente a dover fare riferimento ad una dimesione altra che, nutrendosi di quotidianità e “delle cose dell’uomo”, rende la vita terrena più spirituale.

La seconda tappa prepara, quindi, il terreno alla tappa successiva che definirei della maturità poetica passando attraverso una prima consapevolezza legata al cosa significhi essere poeta che Viorel Boldis ci spiega con un’immagine che, immediatamente, si svela al lettore: “Essere poeta intorno alle cose sconosciute significa spiegare il volo senza parlare degli uccelli.”. (pag.56)

Giunti alla terza parte, si ha subito la sensazione di essere stati catapultati in una poesia nella quale si distingue una forte dimensione palnetaria in cui l’uomo è parte del tutto; siamo parte dell’Assoluto e dell’al di là, ma siamo fatti anche di terra da annusare a da respirare fino in fondo per sentirci vivi.

Sicuramente da sottolineare in questa parte è l’utilizzo della lingua italiana con la quale il poeta osa inventare e giocare per renderla più viva, forse perchè ha raggiunto una consapevolezza maggiore rispetto alla propria scrittura non utilizzata solo più come arma contro le ingiustizie, ma concepita come strumento letterario delicato e diretto allo stesso tempo. A questo proposito, alcune poesie scelgono un tono volutamente provocatorio per sottolineare come, per essere poeta, non basti dare un nome alle cose, ma spesso sia sufficiente avere una sensibilità tale per cui ciò di cui vorresti parlare ti si svela; il poeta diventa, quindi, solo il tramite sensibile fra il mondo ed il lettore che in quelle parole evocherà il proprio vissuto.

Il viaggio che abbiamo intrapreso giunge al termine in quest’ultima parte intitolata “Attimo infinito”. Non abbandonando mai l’ironia e la pungente intelligenza nell’affrontare certi temi, il poeta lascia nel lettore una forte sensazione di speranza espressa attraverso una forma linguistica che stravolge e rende più vivi alcuni verbi della lingua italiana che, per l’insistenza della loro natura autoreferenziale, sembrano avere una valenza maggiore e proprio per questo ci spingono a reagire : “Più tempo ho, più vivo sono, mi muoio, mi rinasco, mi perdono, mi attraverso in fretta, mi conosco, mi muoio, mi perdono, mi rinasco.”. (pag.135)

E chi è un poeta se non colui che, attraverso le sue parole, interpreta e ci svela l’essenza stessa della vita?

 

Da solo nella fossa comune. Viorel Boldis. Gedit edizioni, 2006, Pp.112, Euro 14,00, ISBN 88-88120-93-9

Recensione N.26: “Allunaggio di un immigrato innamorato” di Mihai Mircea Butcovan. II

A cura di Karim METREF

Ho dovuto chiudere il libro e accertarmene. Sì, la copertina del libro recita: Allunaggio di un immigrato innamorato – Romanzo. è ben scritto “romanzo”, e non altro.

allunaggioMa che Allunaggio di un immigrato innamorato sia veramente un romanzo, questo, continuo a dubitarne fortemente. Quando si è un editore e che si ha un’opera tra le mani si ha l’obbligo di classificarla in qualche modo. Ma mi immagino le difficoltà che avrà avuto Il signor Besa Editore nel classificare l’opera di Mihai Butcovan. In effetti dove collocare un lavoro in cui una storia di fondo c’è – non narrata, semplicemente indovinata, così… in sottofondo- ma in cui ogni breve paragrafo è una poesia, una prosa, un pensiero, un susseguirsi di battute, di aforismi… c’è perfino una gara di rime in stile Rap… Il tutto scritto sotto forma di un diario!

La storia che fa da sottofondo a queste raffiche (Raffiche vere di vento o di mitragliatrice, non quelle della “Royal Air Force” come viene citato ad un certo punto nel libro), raffiche di parole sparate ad intermittenze più o meno irregolari, è particolare. Molto particolare.

Un poeta un po’ morto di fame, come tanti dei suoi colleghi, ma soprattutto assettato di birra e di bellezza, s’innamora di una cameriera in un misero bar popolare. Fin qua niente di nuovo.

Soltanto che il poeta è, oltre che povero, anche romeno (cioè il peggio del peggio. Questo si può dire, non è più politicamente scorretto, l’ha proclamato anche Veltroni dalla sua rinomata cattedra di Politically Correct Language: Romanian is not beautiful!), e la dolce cameriera, di nome Daisy, è di una famiglia, che oltre che di nuovi ricchi, è fatta di attivisti leghisti e che il tutto ha per quadro la Brianza: il cuore della Padania “padaneggiante”. “Lumbard laùra e paga i tass, i Terrun ciapan i danèe” è il leitmotiv di questa allegra compagnia e per la quale peggio dei Terrun ci sono solo i “vucumpra” e altri “alieni”.

Il tutto finisce , come si poteva intuire, molto velocemente con una lettera di Daisy piena di veleni e di insulti molto elaborati -che l’autore chiama pudicamente metafore- tra cui il più gentile- almeno secondo me- è quello di “vampiro birraiolo”. L’immigrato, in guisa di risposta, manda il diario che ha tenuto durante i 18 mesi che vanno dall’incontro al bar Moon (cioè luna per cui l’allunaggio…), fino alla chiusura dell’effimero “idillio” – idillio tra virgolette, ovviamente, molto tra virgolette.-

Il viaggio dell’immigrato Mihai nel mondo degli alieni, gli unici, in fin dei conti, alieni veri. Perché a forza di rifiutare tutto ciò che non gli assomiglia, escludono se stessi dal genere umano che è fortunatamente diverso e variegato. Il viaggio di Mihai nel mondo di questa profonda alterità lo porta, come ogni viaggio che ne vale la pena, a viaggiare anche nella sua propria vita. A rivivere quei momenti, ricordi ed emozioni che ti modellano il carattere di un uomo, come le intemperie modellano il paesaggio.

Forse questa poteva essere una buona collocazione per l’opera… diario di viaggio: viaggio intorno alla natura, alla vita, ai ricordi, alla storia e le emozioni di un poeta nato in Transilvania nell’era “Ceaucescuiana” e che finisce nella Brianza dell’era Berlusconiana

Un viaggio che ci fa capire che in fin dei conti i vampiri esistono veramente e non solo in Transilvania… E che tutto sommato anche loro, come gli uomini, in fondo in fondo, sono tutti uguali.

 

Allunaggio di un immigrato innamorato. Mihai Mircea Butcovan.  Besa, 2006, Pp.112, Euro 10,00, ISBN 88-497-0339-2

Recensione N.25: “Allunaggio di un immigrato innamorato” di Mihai Mircea Butcovan

A cura di Francesca CHIARLA

Si possono scegliere vari modi per parlare della propria esperienza migratoria; lo si può fare ripercorrendo la storia della propria famiglia o ricordando le tappe di un viaggio, attraverso la descrizione sofferta dell’incontro-scontro con il diverso o abbandonandosi al confronto tra un’infanzia serena ormai lontana nel tempo e nello spazio ed il presente di un’età adulta spesso caratterizzata dalla solitudine e da un senso di non appartenenza.

allunaggioMihai Mircea Butcovan, nel suo libro “Allunaggio di un immigrato innamorato”, lo fa attraverso il racconto di una storia d’amore, inevitabilmente giunta al termine, che vede protagonisti un giovane immigrato romeno ed una bellissima militante leghista. Il testo è un diario che, non solo ripercorre i vari momenti che hanno caratterizzato il rapporto dei due amanti, dal romantico incontro in un bar poco poetico alle incomprensioni nate non unicamente per alterità linguistica, ma che diventa la testimonianza del percorso personale di un giovane uomo alle prese con il paese nel quale ha scelto di vivere e di essere libero. La storia d’amore diventa, quindi, il pretesto per parlare di Consolati affollati o di un “genuino” razzismo padano, ma anche di quei delicati equilibri che si innescano quando si parla di emozioni e sentimenti.Argometi questi che l’autore tratta con un’ironia pungente e mai banale lasciando in bocca al lettore l’amaro sapore della più disarmante verità: “L’amore è come una partita a poker. La posta in gioco è molto alta, ma qui l’unica paura è quella di perdere l’avversario. Ma la maggior parte delle persone è perseverante nell’errore…se quest’ultimo ha prodotto orgasmo.” (pag.50).

Ad arricchire l’impianto lessicale e linguistico del testo contribuiscono, inoltre, i numerosi giochi di parole ai quali l’autore ricorre dimostrando un’eccellente padronanza della lingua italiana e dando un’acuta chiave di lettura della società nella quale viviamo. Scherza, ad esempio, con il significato della parola “Consolato”, seconda casa di chi si ritrova a vivere in terra straniera, e dell’aggettivo “consolato” riferendosi alla vicenda del povero Giuan che, proprio in terra straniera, ha trovato la “bella fanciulla romena, l’ unica al mondo ad averlo compreso ed amato” (pag.73), così come scherza con il lettore celando e svelando nello stesso tempo la propria provenienza in un “ignaro-me-nottambulo” che, sin dalla prima pagina, ci svela il registro narrativo con il quale ci misureremo. Ed ecco che il monologo assume le caratteristiche stralunate di un “Moonologo” per evocare il nome del bar nel quale tutto ha avuto inizio ed un nuovo giornale, l’“Osservatore Romeno”, diventa lo sguardo attento e disincantato di chi crede che si possano modificare le proprie opinioni solo osservando più in profondità ed aprendo, così, un dialogo con il diverso che sempre più spesso ci assomiglia.

La narrazione mescola parti descrittive, riferite sia ad un passato recente sia ad un passato più remoto che parla di una vita precedente in un luogo diverso dall’Italia, con parti più evocative in cui lo scrittore non si limita a ricostruire immagini, ma ricorre a sensazioni ed emozioni provate in momenti specifici della propria vita. Ma Butcovan va oltre, inventando ed utilizzando un linguaggio che ha davvero del poetico, proprio per l’attenzione e la raffinatezza nella scelta dei vocaboli. Il lettore si troverà, così, di fronte ad una tecnica narrativa diversa da quella del romanzo che lo spingerà a porsi continuamente su livelli differenti “inciampando” in un ritmo non costante, ma molto intrigante. La declamazione della donna amata è una trasposizione in chiave moderna di un componimento trecentesco in cui la figura angelica della donna veniva e viene celebrata e declamata per le sue virtù dal poeta innamorato: “Caracameriera, che cosa o chi mi ha detto che esisti, che ci sei, bella e dolce, respiri la vita e sorridi ai clienti, ascolti e comprendi.” (pag.45).

La scelta di alcune parti auliche che, citando i più nobili sentimenti, sembrano trascendere il tempo e lo spazio sono seguite dalla descrizione di situazioni molto reali e quotidiane che conferiscono al testo un ritmo nuovo e sempre differente mettendo alla prova il lettore che non riuscirà più a “rilassarsi” nell’intuizione di aver compreso su che basi viene condotta la narrazione, ma dovrà adeguarsi ai continui mutamenti di registro: “Sento deserto la luce addietro…E al posto dei ricordi, un’ ombra sui Navigli ieri sera…Convinta che non tornerò, ti volti dall’altra parte e un piacevole bacio consideri incubo. Io vado a fare l’esame di matematica.

Il mio amore per te? Un angolo al centro.” (pag.49).

Rendendo omaggio alla complicata bellezza ed alla ricca varietà lessicale della lingua italiana, l’autore descrive uno spaccato di vita reale con il quale ognuno di noi è chiamato a confrontarsi quotidianamente; storie di amici che si incontrano per parlare di donne e di politica, storie di innamoramenti e dell’incontro con la diversità, storie della difficile ricerca di un lavoro e della consapevolezza di essere parte di una trasformazione sociale che rappresenta una vera e propria ventata d’aria fresca per un “vecchio stivale” malandato. E quando vivere in un paese in cui esistono “Grandi Famiglie Padane” che fanno distinzioni “da Roma in giù” diventa davvero difficile, ci si può sempre rivolgere alla Luna che, evocata nel nome di un insignificante bar di periferia, sussurra sogni, porta amore e ricopre l’esistenza umana di un sottile velo poetico.

 

Allunaggio di un immigrato innamorato. Mihai Mircea Butcovan. Besa, 2006, Pp.112, Euro 10,00, ISBN 88-497-0339-2

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