Recensione: “E poi basta” di Esperance Hakuzwimana Ripanti

Una recensione di Karim Metref

Espérance è una ragazza piena di vita. Nonostante il suo discreto accento bresciano, è da qualche anno diventata un noto personaggio della cultura a Torino. Impegnata nel movimento antirazzista, in modo particolare quello nato nel 2018 nella scia delle proteste contro le aggressioni contro cittadini di origini africane in Italia e del movimento Black Lives Matter.

Uno potrebbe dire: Ma che centra tutto questo? si voleva parlare di un libro e non di una persona.

Ebbene centra appieno. Perché nel libro “E poi basta” c’è tutta Espérance Hakuzwimana Ripanti. Con la sua energia pazzesca, con il suo impegno. Con i suoi dubbi, le sue paure… Le sue arrabbiature!

Il sottotitolo la dice lunga: Manifesto di una donna nera italiana.

“E poi basta” non è un saggio e non è una narrazione nel senso classico della parola: è non è nemmeno un manifesto nel senso programmatico della parola. E’ un concentrato di riflessioni, domande, sentimenti e emozioni. Presi a caldo. Prima o dopo una manifestazione. Ricordi del passato: parole sentite e altre non dette. Lettere all’amoroso. Come lettere a un soldato partito combattere una guerra lontana o lettere di una amorosa rimasta in un paese in guerra.

“Carissimo amore,
sono ventun giorni che non scrivo e ora che ho un attimo per farlo scrivo a te.
Non so se ti è arrivata la notizia: siamo in guerra.

Non ti allarmare, carissimo amore, abbiamo ancora l’elettricità, la dispensa è piena e mamma guarda ancora la tv tutti i pomeriggi. Papà, invece, il telegiornale non lo guarda più. Non perché non ci sia, ma «non c’è niente di nuovo» dice. E io non riesco a capire se quel nuovo che intende sia quello di cui avremmo bisogno noi.

La guerra è quella scatenata dall’estrema destra contro l’ “immigrato” contro lo straniero. Una guerra fatta di misure amministrative: “…qui i bambini figli di stranieri non possono andare in mensa e mangiano panini freddi in stanze apposite.”

Una guerra anche molto mediatica. «Siamo in guerra.» La prima volta me lo sono detto a
bassa voce, mentre leggevo i titoli dei giornali.

Questo testo è stato un bisogno, è nato da un’esigenza, esattamente come tantissimi altri. Solo che il mio bisogno sapeva di sale, di dolore e di fastidio. La necessità di uscire dal vicolo cieco del “non puoi farci niente”, in cui non ho mai voluto mettermi ma in cui mi sono sempre ritrovata.

Eppure all’inizio Espérance non voleva fare l’attivista. Voleva e vuole tutt’ora fare la scrittrice. Solo la scrittrice. Quando abbiamo presentato “E poi basta” a Torino, la prima volta, ci ha raccontato che questo libro nasce un po’ dal bisogno di dare risposte a molte domande che altri rivolgevano a lei sulla sua condizione. Lei voleva e vuole scrivere racconti per ragazzi. Ma in continuazione c’è gente che le chiede il suo parere sul clima di odio, le discriminazioni… che subiscono i giovani italiani con originari da altre parti del mondo… A un certo punto, ha deciso di scrivere per dure la sua.

Ecco quindi la spiegazione del titolo “E poi basta”. Vuol dire: “Ok! Faccio questo per rispondere alle vostre domande e poi basta, però. Me ne torno ai miei racconti per ragazzi.”

Ma sinceramente, avendo parlato a lungo con lei di queste questioni e di molte altre, dubito fortemente che questo sia l’ultimo suo contributo su questi temi. E visto il piacere trovato nel leggere questo primo, questo dubbio mi rallegra.

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Video: Espérance legge un brano di E poi basta.