Monthly Archives: ottobre 2007

Recensione N.19: “Cercando Lindiwe” di Valentina Acava Mmaka

A cura di Francesca Chiarla

“Mentre si addormentava, ella posò una mano morbida sulla terra. Fu un gesto di appartenenza.”

lindiweCon queste parole della scrittrice sudafricana Bessie Head si chiude il romanzo “Cercando Lindiwe” di Valentina Acava Mmaka, reporter e mediatrice culturale nata a Roma ma cresciuta e vissuta in Sudafrica e Kenya. Il gesto piccolo e quasi insignificante di appoggiare il palmo della mano sulla terra racchiude in sé il significato intrinseco e più profondo della testimonianza della protagonista che, in questo testo, parla della propria esistenza da esiliata dal regime segregazionista che dal 1948 al 1994 ha piegato il Sudafrica. Il lettore avrà fin da subito la percezione di un senso di appartenenza scisso proprio perchèscissa è la personalità della protagonista. Il romanzo, infatti, ruota attorno alla dualità Lindiwe/Ruth; Lindiwe che ha lasciato il Sudafrica per sopravvivere ad una realtà fatta di soprusi ed umiliazioni contro la quale si stava battendo assumendo una radicale presa di posizione e Ruth, la donna esiliata, che viene fuori proprio perchè il passato vuole essere negato e dimenticato: “Lei è rimasta sepolta il 23 Novembre 1960, quando ci siamo imbarcati; si è addormentata, mi ha abbandonata e io le sono stata vicina, ho cercato di farla parlare, di farla dialogare con me, con la mia esistenza nuova, quella che ho dovuto far nascere con l’esilio, Ruth.” (pag.30)

Proprio questa sembra essere, in generale, la condizione dell’esiliato, ancor più dolorosa perchè costretto ad abbandonare nell’oblio e nella menzogna la sua vita precedente in nome di una libertà finta e vigilata dove non vengono ammessi errori. Ruth stessa si definisce una donna in “semi-libertà”, perchè il prezzo che ha dovuto pagare per essere libera di muoversi, parlare e lavorare in un nuovo paese prevedeva l’abbandono della propria identità, della propria lingua e delle proprie radici. Anche la scrittura che, in patria, era il suo strumento per comunicare e per comunicarsi, in esilio la abbandona e la imprigiona nuovamente confinandola in una situazione di forte incomunicabilià, pechè una delle prime e principali cose venute a mancare è proprio la lingua madre senza la quale esiste solo l’incapacità di esprimersi. Ancora una volta viene affrontato il tema dell’identità che passa inevitabilmente attraverso il patrimonio linguistico inscindibile dalla natura e dalla cultura di un popolo. Scrivere i propri pensieri e le proprie emozioni in una lingua straniera, quindi, sembra essere inconcepibile, perchè sarebbe come negare una parte di se stessi: “Scrivere in un’altra lingua sapeva di tradimento!…La lingua è il luogo dove nasciamo, viviamo, amiamo, è il luogo che racconta chi siamo e da dove veniamo, è la memoria della nostra generazione…” (pag. 48)

L’analisi attenta e meticolosa di cosa significhi trovarsi in esilio viene scatenata da una data, il 27 Aprile 1994, giorno in cui tutti i giornali del mondo celebrano la fine del regime di apartheid in Sudafrica. Dopo 33 anni trascorsi in un altro paese, Lindiwe/Ruth si ritrova improvvisamente libera di poter ritornare in una patria che forse non riconoscerà più e che forse è troppo cambiata per poterla accogliere come lei aveva sempre sognato. In queste pagine inquiete, la protagonista è completamente in balia delle proprie paure, sia per se stessa non riuscendo a concepire il ritorno in un luogo in cui non si è esistiti per 33 anni, che per la figlia nata in esilio che non conosce quest’altra patria, sua di sangue ma che non ha mai imparato ad amare.

La presa di coscienza che il futuro di libertà che tanto si era atteso è diventato presente, rievoca antiche memorie portando la donna esiliata Ruth a risvegliare l’altra parte di sé che per tanto tempo aveva messo a tacere cercando di cancellare, così, le sue origini ed il ricordo doloroso della sua terra abbandonata. E sarà proprio grazie a Lindiwe, la metà africana di Ruth, che la protagonista decide di ritornare compiendo un viaggio che va al di là della distanza chilometrica e che si nutre del ricordo e dell’assenza. La liberazione della donna esiliata avviene nel momento in cui lei stessa comprende che la sua prigione non aveva fondamento nella condizione che stava vivendo, bensì aveva edificato le proprie basi nel suo cuore e nella sua anima. La decisione di tornare per essere parte nuovamente della Storia sudafricana libera la penna per permettere di descrivere la rinascita di una donna che sta percorrendo un cammino a ritroso per seguire, in realtà, la strada che la porterà al centro della sua vita.

Utilizzando uno stile vario e non banale, che spazia dalle citazioni letterarie di scrittori in esilio ad una ricostruzione cronologica di fatti ed avvenimenti, l’autrice di questo romanzo ripercorre alcune tappe importanti della storia del Sudafrica, troppo spesso ignorata o conosciuta e dimenticata dall’Europa ricca ed evoluta. Ed in questo susseguirsi di immagini, il ritmo narrativo viene scandito da un passato costruito su frammenti di memoria, un presente immobilizzato dall’esperienza dell’esilio ed un futuro del quale si fa fatica a parlare per paura che non arrivi mai. Lindiwe/Ruth riesce, alla fine del testo, a far confluire questi tre periodi della propria esistenza trovando la soluzione ancora una volta in se stessa e più precisamente nell’etimologia del suo nome; Lindiwe significa, infatti, “colei che ha atteso”. Consapevole, ormai, di quello che per lei ha rappresentato l’esilio, la donna liberata può andare a testa alta incontro alla sua patria, fra la sua gente: “Seguirò passo passo la via che dalla periferia del mondo mi condurrà al centro della mia vita.” (pag. 90)

 

Cercando Lindiwe. Valentina Acava Mmaka, Epoché, 2007, Pp. 180, Euro. 12,00, ISBN: 978-88-88983-15-8

Recensione N.18: “L’Argonauta” di Milton Fernandez (II)

A cura di Susanne Portmann

La lettura de “L’argonauta” di Milton Fernàndez, vincitore della sezione romanzi del concorso “Lo sguardo dell’altro” 2006, è un’esperienza forte: giunto a fine, il lettore, naufrago dello sgomento, affanna disperato in cerca di un appiglio per tenersi a galla.

argonautaIntravede infine due assicelle che afferra alla meglio con un braccio ciascuna: “Lo straniero” di Albert Camus e “La battaglia nel cielo”, film del messicano Carlos Reygadas. E ciò che sembrava un catamarano di fortuna, ci permette invece di compiere il viaggio di un esercizio di comparazione appassionante sulla scia della lettura de L’argonauta.

Il protagonista di Camus è Mersault, francese ad Algeri ai tempi del colonialismo, il tranquillo impiegato che l’indomani della morte della madre (non era colpa sua, doveva succedere), fa l’amore con la bella Marie, che “non crede di amare”; Mersault è il protagonista che poi sparerà a “l’Arabo” perché ha visto il coltello brillare nel sole della spiaggia infiammata, stesso identico sole del giorno del funerale della madre. E si rende conto all’istante di aver rovinato “l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia” dov’era stato felice. E quindi compie il gesto ulteriore, gratuito: tira altre quattro pallottole sul corpo inerte dell’arabo – quattro colpi dati alla porta del “malheur”, del malessere.

Il protagonista de La Battaglia nel cielo è Marcos, l’autista stressato della Città del Messico nonché diligente addetto all’innalzare e riavvolgere della bandiera nazionale, giorno dopo giorno al suono degli stivali e delle urla dei militari. Marcos è colui che dopo la morte del bambino che aveva rapito agli amici assieme alla moglie (cose normali, si fanno tanto per arrotondare un po’ lo stipendio, non è certo colpa loro se il bambino è morto), viene travolto della bellissima figlia di un generale, che fa la puttana (per spasso, per noia o per ribellione?), tanto da offrirsi, gratis, perfino a Marcos, contrario assoluto di uno “figo”.

Il protagonista di Fernàndez è Julio, impiegato statale ansioso ai tempi della dittatura militare in Uruguay il cui atto più sovversivo consiste, ogni venerdì sera, nel tirare fuori dal mucchio dei ricorsi una cartella a caso per deporla in cima al mucchio, tanto per fare un favore a un poveraccio che comunque mai verrà preso in considerazione. Anche Julio verrà travolto dall’incontro con una bella donna – Silvia-Estela. Anzi no, lui farà in modo che lei, la “compañera”, quella che la dittatura la combatte invece di starsene terrorizzata a sbirciare da dietro le tende ed aspettare che tutto finisca, lo trascini con sé nell’esilio – Milano per caso.

Lui è l’argonauta, il mollusco che vive lasciandosi trascinare dalla femmina. Una felicità inaspettata la sua: le farà la spesa, cucinerà i pasti, laverà i piatti, toglierà polvere e ragnatele… Milano è dura, certo, neanche una brezza di mare, niente documenti, niente lavoro, solo lavoretti… ma non c’è il capoufficio impiccione, ci sono barbecue tra compagni esiliati, si incontra perfino qualche anarchico autoctono. E poi Silvia qui è solo Silvia, donna e basta, sua, solo sua: il sogno è perfetto! Ma qualcosa sta crescendo, ancora invisibile prende forma… e il regime cade proprio sul più bello: e ora che si fa, mica si tornerà in patria?

La colonizzazione francese ci consegna l’eredità dello “straniero”, il regime del PRI messicano ci porta il tassista Marcos. La dittatura uruguaiana, attraverso Milton Fernàndez, ci recapita L’argonauta, memorabile, perché forse puntualizza il tratto nascosto dei suoi fratelli in arte: il loro essere molluschi, caratterizzati da qualcosa che non hanno (la spina dorsale?), ma che fa loro compiere “un più” che è “il malheur”.

Essendo argonauta, Julio rappresenta una specie umana che va analizzata per bene, perché oltre la letteratura, potrebbe offrire occasione di studio privilegiata per quegli atti inspiegabilmente reali, di cui ogni giorno leggiamo sulle cronache: i vicini e i familiari non se lo spiegano, erano persone tanto per bene e tranquille, ma chi avrebbe mai potuto immaginare, tenevano così bene in ordine la casa, erano sempre così puntuali…: la schizofrenia nascosta nella “normalità” che viene costantemente definita come “imprevedibile” (può capitare a tutti, no!) dagli addetti ai lavori che si precipitano nei salotti televisivi di turno.

Facendo caso a Meursault, a Marcos e a Julio – eroi senza alcun fascino apparente, esseri modesti se non meschini – apprendiamo che il “malheur” trae origine dai loro incontri con donne eccezionalmente belle e che a loro si offrono spontaneamente. Si ritrovano a letto con donne così senza capacitarsi del perché: di loro iniziativa non avrebbero mai neanche provato a trovare il coraggio di lanciarsi alla loro conquista, talmente sono consapevoli di essere privi di ogni coraggio, talmente sono consapevolmente impegnati a fare vite normali e vuote e ad essere insignificanti sul piano umano. Ma ecco queste donne e scatta qualcosa, di inquietante.

Il colonialismo aveva finalmente portato un po’ di spirito di civiltà su quelle sponde popolate da selvaggi senza dio cristiano. I regimi militari, efficientissimi nello sradicare ogni “anarchia” che minacci l’ordine gerarchico per mezzo del terrore, le ben ordinate società borghesi occidentali, tanto più apprezzate, quanto più pacifici e diligenti lavoratori sono i cittadini, pulite le strade, amorevolmente sottomesse ai mariti le mamme e obbedienti consumatori i figlioli: c’è molto ordine in queste follie storiche e attuali, occidentali, c’è molta razionalità fredda che garantisce il funzionamento economico perfetto. Ordine che ha l’unico piccolo difetto di compiere, talvolta, salti di qualità incontrollabili, quando qualche bella donna strafottente e senza paura riesce a far saltare la centralina di comando ai conigli inchiodati dai fasci abbaglianti nella notte delle loro vite insignificanti (l’immagine mirabile che ci regala Fernàndez della loro condizione).

Giunti qui, però, timidamente si fa avanti anche un altro eroe, e non sappiamo perché: è il mite Gregor Samsa, triste viaggiatore commesso dell’impero austro-ungarico, angustiato dalle alzatacce e dalle giornate faticose: lui non si ritrova nel letto una bella donna, ma si ritrova ‘a letto’, trasformato in insetto immondo, dopo una notte di sogni agitati. Senza ragione alcuna, a lui accade qualcosa di veramente inspiegabile, di fiabescamente irrazionale, che gli farà subire il suo destino assolutamente unico, di lasciarsi morire dalla sua famiglia nel suo guscio d’insetto in cui pur mai gli viene meno il desiderio di ascoltare la musica che solo gli esseri umani fanno e sentono. Non scatta niente, l’ineluttabile si compie lungo l’arco di qualche mese, il tempo che anche il padre, oltre la sorella, si convinca che “questa cosa, deve sparire”. Il tempo che il padre riesca a “liberarsi del pensiero che la cosa, sia Gregor”.

Non sappiamo bene perché si affaccia anche Gregor Samsa, diverso da Mersault, da Marcos e da Julio, ma certamente verrebbe di continuare ancora questo viaggio davvero appassionante che scaturisce dalla lettura de L’argonauta di Milton Fernandez, che, più che scoprirsi un prodotto della letteratura di migrazione in Italia, si inserisce agevolmente nella migliore tradizione artistica, universale.

 

L’argonauta, Milton Fernandez, Editore: Traccediverse – 2007 pp. , 11,00 € ISBN: 88-89862-36-x