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Dal quaderno blu

Autore: DACHAN Asmae

Anno: 2009

Genere: Narrativa

Casa Editrice: LiebertàEdizioni

Prezzo: € 22.00

Numero pagine: 186

ISBN: 8890431091

 

Estratto:

 

Stanza 103. Un lungo corridoio bianco con il pavimento morbido che ripeteva tutto ciò che era disegnato sul soffitto e rifletteva tutto ciò che passava sopra di esso. Copiava le luci, copiava le sagome, persino le ombre. Sembrava saper riflettere pure le voci, che in quel posto erano monotone, ripetitive. Il carrello dei medicinali percorreva quel corridoio, passando tra pareti bianche che, se avessero potuto parlare, avrebbero raccontato storie tristi, dolorose, racconti di vita complessi. Avrebbero raccontato attimi di forte intensità in cui sembra svanire il filo sottile che divide la vita dalla morte, la ragione dalla follia, l’amore dalla paura. Era un corridoio lungo e chi lo percorreva entrava in uno stato ed usciva in un altro. Anche chi lo attraversava decine di volte al giorno per lavoro, ogni volta era diverso: non poteva più essere uguale a se stesso. Lungo quel percorso piano, regolare, ordinato, si stravolgeva ogni equilibrio, ogni certezza sfumava, ogni convinzione si scioglieva in mille rivoli di ansia.

 

Il mondo è pieno di corridoi, le città sono piene di corridoi, i palazzi sono pieni di corridoi. Quell’ospedale era pieno di corridoi. Ogni corridoio nasconde i suoi segreti e le sue storie, ogni corridoio è il ritratto di un attimo di esistenza che ormai si è consumato. Ogni corridoio è un ponte tra il reale e l’immateriale, tra il passato ed il futuro, ogni corridoio rincorre il profumo di eternità, di libertà da ogni limite di tempo. Quello era il corridoio del sesto piano dell’ospedale, reparto neuropsichiatria. Guardando quella struttura da lontano nessuno avrebbe immaginato cosa nascondesse, quali storie, quali vicende umane, quali segreti. Ogni costruzione è una scatola chiusa, nessuno sa cosa nasconde, finché non la apre. Come le persone: nessuno sa come siano veramente, cosa custodisca la loro memoria, cosa alimenti il loro cuore, cosa catturi i loro pensieri, finché le persone non si aprono, regalando agli altri alcune sfumature di ciò che vive nel loro profondo. Alcune non si aprono mai, pagando per tutta la vita il prezzo del proprio silenzio.

 

Nella stanza 103 c’era una paziente silenziosa. Non parlava da giorni ormai, da mesi, non guardava nessuno negli occhi e aveva sempre l’espressione assente. I medici notavano in lei una precisione che aveva del maniacale ed una gran cura del suo aspetto. Atteggiamenti strani di una persona strana. La mattina, la sera, durante la giornata, ogni momento era quello buono per sistemare se stessa. La psichiatra che l’aveva guardata aveva interpretato questo tentativo di aggiustare ciò che vedeva e ciò che la circondava, come l’estremo rimedio alla mancanza d’ordine e correttezza in quella che era stata la sua vita. Sembrava persino sorda, non ascoltava nessuno, era impassibile, chiusa in un mondo impenetrabile, inaccessibile. Da quando si era risvegliata dal coma nessuno era riuscito ad avere un colloquio con lei, né un dialogo breve, nulla, nemmeno uno scambio di battute. Erano passati due mesi dal suo arrivo, un mese dal suo risveglio. Le sue condizioni fisiche sembravano sommariamente buone, aveva ripreso a camminare e da quel giorno aveva preso l’abitudine di sistemare le sue cose da sola, nonostante le sue mani fossero gravemente compromesse, con quella precisione che infastidiva e preoccupava le infermiere e le inservienti che avevano quasi soggezione a toccare le sue poche cose. Trent’anni non l’aveva ancora compiuti, ma doveva aver visto qualcosa di molto brutto per stare come stava. Forse un trauma, forse una strana patologia. Di fatto, finché quella ragazza continuava a vivere nel suo mondo, nessuno avrebbe potuto aiutarla. Non dava segni di pazzia, ma in fondo la stessa pazzia è un universo inesplorato.

 

Non era un fiore, né un paesaggio da cartolina, eppure attirava chi, tra i medici e paramedici, ne aveva sentito parlare. Poteva essere paragonata ad un’opera d’arte, un quadro di una corrente innovativa e incompresa, ma piena di fascino. Quel fascino che andava a nozze con il mistero. Non si sapeva nemmeno il nome di quella giovane donna, che per qualche motivo veniva sostituito nelle cartelle con il numero della sua stanza, la 103. La direzione aveva dato predisposizioni particolari per quel caso, ordinando al personale il massimo rispetto della segretezza professionale e la ferrea applicazione della legge sulla privacy. Sulla storia di quella paziente non si dovevano fare domande e in quella stanza potevano entrare solo alcuni medici e paramedici scelti dal direttore. La psichiatra si sentiva con le mani legate per quel suo essere muta e per il silenzio imposto su quel caso dalla direzione. Era come addentrarsi in un posto sconosciuto senza poter usare nemmeno una piccola torcia per fare luce. La scienza e l’esperienza potevano aiutare a formulare ipotesi, a dare cure per le crisi episodiche, ma lo stato emotivo di quella donna richiedeva di sondare un terreno che si presentava come le sabbie mobili, di scavare nel suo passato, di conoscere la sua storia clinica. Sul taccuino con gli appunti la dottoressa aveva annotato alcuni punti che descrivevano una paziente ossessionata dall’ordine, che non amava essere aiutata, affetta da un’insonnia cronica. Non era aggressiva e sembrava vivere in un mondo parallelo, dove esisteva solo lei, un mondo che a volte le faceva da guscio protettivo, altre volte diventava per lei una trappola mortale. […]