Tè al samovar" di Ingrid Coman

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Una recensione di: 
Diana Pavel Cassese
Data della recensione: 
27/05/2010

 

Tè al samovar - voci dal gulag sovietico” di Ingrid Beatrice Coman, una lezione sul sapere cogliere i piccoli grandi doni della vita

Come risaputo, la Romania ha avuto i suoi tempi difficili e il suo tributo pagato all’oppressione comunista. Molti si sono visti passare tutta la vita sotto il regime, altri solo la giovinezza o l’infanzia. Per tutti è stato un pesante fardello da portare e ha lasciato una profonda e indelebile traccia nella loro memoria. Pur avendone fatto le spese solo per 23 anni, la scrittrice romena (naturalizzata italiana) Ingrid Coman cerca nell’ultimo suo romanzo, “Tè al samovar - voci dal gulag sovietico”(Editrice Harmattan Italia, Torino, 2008, p.175; prefazione Monica Joiţa) di farsi carico, in qualche modo, di tutto questo dolore ancora nascosto, portarlo alla luce e trasformarlo in parole da offrire al lettore desideroso di comprendere. Lo fa con un librolimpido e affascinante, ambientato in un luogo divenuto tristemente simbolo di tutti i sistemi totalitari: la Kolyma. Lì ci spendono i giorni migliori della loro vita i personaggi principali della storia. Aljosha, Gulja, Stepan, Volodja, Piotr, Serghei, tanti nemici del popolo spediti con biglietto di sola andata nelle distese più remote della Siberia e proprio per questo diventati così vicini al nostro cuore man mano che ci addentriamo nei loro destini. C’è anche un personaggio rimasto fuori dalla lista dei detenuti, Vera Nureev, la giovane donna invecchiata prima del tempo, spettatrice involontaria della tragica piega che sta prendendo la storia del suo paese. Fuori o dentro dal carcere, sono tutti in egual modo attori e spettatori di un tempo difficile di oppressione e paura, di carestia e violenza, di separazione e solitudine. Nel libro però la vita riuscirà ad averla vinta su ogni cosa e il cielo di Mosca viene rischiarato da una promessa di sole e primavera, di speranza e gioia. Nella vita reale raramente è stato così ed è proprio per questo che la nostra memoria è importante per restituire, almeno nella letteratura, ciò che la vita aveva loro negato. Con altre parole, la scrittrice ci offre una ricetta di comunismo “finzionalizzato” che si sta rinforzando, dopo che per anni è andato di moda il comunismo non-finzionale: “Romania sotto il regime comunista (dicembre 1947-dicembre 1989)”, libro pubblicato in inglese in 1997 – Dennis Deletant,Il post-comunismo” (2004) – Leslie Holmes, “Alla ricerca del comunismo perduto” (2001), Ion Manolescu, Paul Cernat, Angelo Mitchievici, Ioan Stanomir, “Ricerche nel comunismo romeno”(2004, 2005, 2008) – Ion Manolescu, Paul Cernat, Angelo Mitchievici, Ioan Stanomir,L’illusione dell’anti- comunismo. Letture critiche del Rapporto Tismăneanu” (2008) – coordinatori: Vasile Ernu, Costi Rogozanu, Ciprian Şiulea ed Ovidiu Ţichindeleanu, “Una storia del comunismo in Romania” (2008) – Autori: Mihai Stamatescu, Raluca Grosescu, Dorin Dobrincu, Andrei Muraru, Liviu Pleşa, Sorin Andreescu.
Il dono
Quest’opera, come tutte le altre di Ingrid Coman, è impregnata da significati profondi. La “farfalla” che aveva fatto carriera nella trilogia “Abbacinante” dello scrittore romeno Mircea Cărtărescu, diventa anche qui una metafora del destino dell’uomo: “La tua mente è paralizzata dalla paura, come un uccello in una voliera troppo piccola. Qualcosa nei tuoi polmoni si dibatte per uscire, mille farfalle nel petto, e tu smetti di respirare.”(p.85)
In un mondo che tocca il fondo della meschinità, dove i detenuti lavorano nelle miniere 14 ore al giorno, ricevono un solo pasto al giorno e dormono al freddo, i piccoli doni scambiati tra i detenuti diventano dei veri strumenti di salvezza e di aiuto. È per questo che gli abitanti della baracca n.37 del campo dividono tutto: le sigarette, le pagine di un libro per trasformarle in carte da gioco, i tozzi di pane. Il libro di Ingrid B. Coman è anche una lezione sull’importanza delle piccole cose. L’atto di donare come forma primaria di esteriorizzazione, è prestazione totale, disinteressata, èinterruzione dell'interesse e della sua infinita coazione. Mezzi di congiunzione sociale, i piccoli regali sono altruisti, gratuiti,restituendo al gesto di offrire/donare la sua innocenza. Volodja regala a Gulja una pipa scolpita lì, nel campo, ma rifiuta il”pagamento anticipato”(p.70), “i guanti di lana mozzati”(idem): “Tienili, gli sussurrò, ne avrai bisogno. Tanto non entrerebbero mai sulle mie mani da gigante!”(ibidem). Sempre all’affamato giornalista italiano Gulja, Aljosha gli regala il suo, di pane, e nel lager un pezzo di pane è davvero prezioso e a volte averlo o non averlo può fare la differenza tra la vita e la morte; ma non vuole essere ringraziato. "Che la mano sinistra non sappia ciò che fa la destra", dice il precetto evangelico. Il dono segreto, il dono silenzioso è, in fondo, il dono perfetto che non si sottopone al registro dell'avere e del possesso.È quel dono originario che è la fonte del nostro stesso bisogno di dare e di cui tutti i doni, quando sono sinceri, ne custodiscono la memoria, perpetuandone il gesto nel tempo.In un mondo che ti toglie tutto, i ricordi, simbolo del passato, i sogni, simbolo del futuro, i sentimenti –l’espressione più astratta del presente – (lo dice anche Aljosha nella pagina 127: “Fanculo i ricordi, Gulja!(…)Sono i tuoi peggiori nemici. Fanculo i sogni (...) Fanculo i sentimenti.), si regala persino la vita. Il pianista Stepan, gravemente malato, sa che per Gulja – dato per morto nei documenti ufficiali - è l’unica speranza di uscire dal lager e allora gli offre le sue carte da amnistiato: “«Voglio che tu te ne vada al posto mio…»disse Stepan, calmo(…). Guarda le mie mani. Hanno preso la forma del piccone, sembrano grinfie di uccello. Non sarebbero più in grado di suonare il pianoforte. Non in questa vita…La loro maledetta grazia è arrivata troppo tardi per me. (…) Prendi i miei documenti. Se ti tagli i capelli, è fatta. Del resto, qui dentro ci somigliamo tutti, dopo un po’.” (pp.141-142). In uno spazio circondato da filo spinato, il dono può costruire legami, riparare, proteggere, salvare dagli effetti della dura detenzione. Come se lo sapessero, i compagni di cella regalano ciascuno qualcosa al primo amnistiato (Semjonov): “tutti fecero a gara a regalargli qualcosa: chi una pipa consumata, chi un pezzo di pane, un biscottino, una sigaretta (…) Pareva sperassero che, mandando un oggetto personale nel mondo fuori, un giorno l’avrebbero seguito anche loro, trascinati via dalla forza della libertà.” (p.124) Per i sei eroi buttati nell’inferno, tutti questi doni, diventano il loro "stile di vita", quella "cura dell'anima", quella padronanza dell'essere rispetto all'illimitatezza dell'avere, che interrompe la catena rettilinea del chiedere e dell'ottenere, che li avrebbe rovinati, in quelle condizioni di “crisi”. Le cose regalate non sono mai completamente staccate dal loro donatore. Anzi il dono porta sempre con sé qualcosa del donatore. Questo è l’unico profitto citato nel libro, l’unico compenso: “Sentirai ancora la mia musica. Ne sono sicuro…” (il pianista Gulja - p.142) La rinuncia alla libertà e la rinuncia alla vita sono il seguito stilistico di una vita improntata sul registro del disinteresse e della dedizione. Questo dono, insomma, non è nient'altro che un sacrificio mascherato, un dono di sé. Qui assistiamo alla generosità come "rinuncia", quella generosità di cui le sofferenze della gente chiusa nel lager, le lacrime di quelli che li aspettano a casa, sono testimonianze. La generosità "come rinuncia" è l'atto d'amore che cambia noi stessi prima di cambiare gli altri. Se la generosità come sovrabbondanza sommerge gli altri con l'immensa marea di cose che possediamo e, anche se donate, continuiamo a possedere e a produrre secondo abitudine, la generosità come rinuncia consiste, nella sua essenza, nella capacità di fermarsi e di fare spazio agli altri, nell'accettare di sentirci limitati e finiti. È quello che farà Vera nei confronti di un Aljosha sofferente e impacciato, appena tornato da Kolyma. Rimanendo accanto ad Aljosha, Vera sceglie di mettersi in ombra per dargli spazio; è questa la premessa di un investimento obbligatorio con degli attributi sine qua nonper la rinascita di un ex detenuto perché il ritorno a casa dopo 8 anni di gulag significa un regressus ad uterum, una seconda nascita. Molto suggestiva è, in questo senso, l’immagine del “parto al contrario” (p.85): “L’ovale di luce si allontanava fino a chiudersi, indifferente come l’occhio di un animale annoiato; la discesa nel pozzo, con la luce sopra la testa e il buio sotto i piedi, sembrava un parto al contrario.”
Una prosa poetica
Questa Scrittura così immaginifica seppure intima ti sollecita, ti assorbe, ti risucchia, ti rende in un stato d’animo di trance, ma non è un libro angosciante, tragico; elementi biografici e fantasia si fondono nella ricerca spasmodica del proprio passato creando un’incantevole finzione sul destino umano “scritto” nei lager. Come nel primo romanzo, “La città dei tulipani, Ingrid porta l’esaltazione lirica anche in questo secondo romanzo sostanziale e maturo, con filone di saga realista-magica sul comunismo russo.
Con Tè al Samovar, Ingrid Coman riafferma le sue qualità di prosatore-artista, inventore di fantasmi tramite gli occhi della Grande Storia.