DUE VOLTE di Jadelin Mabiala Gangbo.

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Titolo del libro: 
Una recensione di: 
Giuseppe Aramu
Data della recensione: 
27/05/2010

Jadelin Mabiala Gangbo è arrivato bambino dalla Repubblica popolare del Congo, vive oggi a Londra. Ha scritto romanzi e racconti in lingua italiana. Come disse presentando “Due volte” al Salone del libro di Torino, la storia riecheggia esperienze dello scrittore bambino: anche lui ha vissuto un’infanzia di abbandono, anche lui è un gemello; il testo riporta più volte quella strana telepatia che c’è fra gemelli (p. 249: “Eravamo in due ancor prima di nascere”).

Lo scrittore inserisce la propria storia in una complessa narrazione sul mondo dell’infanzia; la memoria biografica fissa nello spazio-tempo vissuto le vicende: siamo vicino a Bologna, a metà degli anni ’80; si parla di Chernobyl, i bambini giocano con Big Jim e guardano Bim Bum Bam, al governo c’è un tale Taxi...

Colpisce la straordinaria dote dell’autore di captare l’universo dell’infanzia. I piccoli protagonisti si fanno portare dal desiderio, dal gioco: avendo però presente con grande serietà le regole del mondo degli adulti. È impressionante ad esempio la crudeltà senza pietismi nel descrivere persone in difficoltà, qui disabili in visita nell’Istituto: “… si sbavavano sulla maglia, alcuni sembravano morti, ce n’era uno dalle palpebre che sbattevano di continuo. (…)quello che mi stava meno simpatico era quello senza le braccia. Quando mi veniva vicino io andavo via”. (p. 194)
Caduto il mito dell’infanzia come pura creatività, oggi appare un’età difficile, che gli adulti stentano a capire, preferendone il lato fanciullesco e poetico. Nel libro le contraddizioni sono nette: le vicende sono ambientate in un istituto di suore; protagonisti sono bambini con storie di abbandono, privazione, violenza. Eppure nel testo gioco e creatività abbondano: “Due volte” è molto divertente, pieno di marachelle e gioia di vivere. Ecco (p. 164) la camerata notturna rianimarsi dopo una momentanea tristezza (due compagni sono partiti, andati in adozione): “…Poco dopo sul soffitto è apparso un cerchio di luce che ha iniziato a muoversi prima avanti e indietro (…), finchè non ha preso ad agitarsi all’impazzata. Era la torcia elettrica di Carlone, lui faceva Ssssss! con la bocca. Bastava quel cerchio luminoso sul soffitto a farci tornare la felicità e la voglia di sentirci vivi. Da una zona buia è spuntato il verso di una gallina, poi ha risposto un maiale, qualcuno ha fatto la capra (…)”. Solo che, sembra suggerire “Due volte”, se si presume che l’universo infantile sia solo questo, non se ne capirà granchè.
Il protagonista e io narrante è Daniel. Lui e il fratello gemello David hanno dieci anni, sono nati in Benin. Giunti in Italia col padre, non lo vedono da anni. Il suo ricordo è vivissimo: è punto di riferimento affettivo e culturale. La prima scena mostra le suore tentare di tagliare ai gemelli i dreadlock. In un mondo estraneo, i valori sono quelli paterni: l’ideologia rasta, il reggae, le canne che fumano di nascosto, il mito dell’”illuminazione del cuore nero”, la fuga da Babilonia e il ritorno in Africa. Della madre, l’unica memoria che hanno è quella di una fotografia. Poco a poco, le figure dei genitori assenti si allontanano sempre più, surrogate dalla “grande famiglia” dell’istituto: i compagni e i vari educatori.

Lo schema narrativo è quello dello straniamento prodotto dallo sguardo infantile. È il modello di celebri libri, da Huck Finn di M. Twain fino a Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di M. Haddon, è uno schema che smaschera l’ipocrisia degli adulti. Ecco la “videodipendenza” delle suore (p. 81): “Effettivamente questi grandi sono proprio degli scemi; fanno più casino di noi, stanno zitti solo durante la telenovela”. O un dialogo sulla morte di Pietro: “I dottori ti hanno detto che era morto?” - “No” – “Allora da cosa l’hai capito?” – “Sai come sono i grandi, se una persona è viva te ne parlano. Se è morta non ne parla più nessuno”. (p. 46)

Ma l’universo infantile è autonomo, irriducibile a quello dei grandi. Lo rivelano le scelte stilistiche dell’autore. Daniel descrive e riflette con un linguaggio “da bambino”: un miscuglio di persone, oggetti, resoconti di azioni, considerazioni soggettive, interrogativi, desideri espressi oppure rimossi: elementi eterogenei giustapposti ad arte, a mimare il procedere del pensiero di Daniel. Un esempio (p. 223) dell’efficacia di questo procedimento associativo: “Sono uscito. Mi sembrava tutto così fermo. Era uno di quei giorni di cemento dove quello che cerchi non lo trovi da nessuna parte, eppure hai tutto, mi sono fatto il corridoio strisciando il dito sul muro e trascinando le gambe. Sono stato stuzzicato dall’idea di andare di sopra, non so se proprio in terrazzo o al terzo piano. (…) Sono sceso e mi sono fermato in bagno che mi scappava la pipì. È bello fare la pipì. A volte ti fa venire i brividi. A volte ti esce un getto che si divide in due. Mi piace il rumore di quando sta per finire che fa pilcpilcpilc”. A volte il pensiero infantile emerge in sentenze lapidarie (p. 23): “Mi sono girato e le ho chiesto Perché ridi?” – “Niente, niente, per una cosa che ho letto” – […] “Quello che leggi fa ridere?” – “La cose ridicole fanno ridere, Daniel. È la legge della vita. Ora puoi lasciarmi in pace, vero?” – “Io non leggerei mai una cosa ridicola” – “Bravo”. A volte la pura logica del mistero e del sogno produce gli snodi narrativi. Così, i sogni premonitori di Agata “causano” la realtà, quando sogna che Pasquale si romperà una gamba. Daniel lo comunica all’amico (pp. 169/170): “Sono andato da Pasquale a dirgli che uno di questi giorni si sarebbe rotto una gamba. Gliel’ho detto chiaro e tondo. (…) Gli ho fatto anche la simulazione della gamba che si rompeva, crack, e mi sono allontanato zoppicando”. Dopo che Pasquale si rompe la gamba , Daniel riflette (p. 203): “Io non capivo se dovevo sentirmi in colpa o no. Mica l’avevo fatto io il sogno premonitore, gliel’ho solo detto”. Ancorato così al punto di vista infantile sulla realtà, il testo prende consistenza e serietà, perché produce conoscenza.
Le vicende descritte da Daniel coprono un anno scolastico. Molti altri bambini vivono in istituto (e a scuola); con la loro storia e dei tratti caratteristici: Giò Giò “Mai contento” che non riesce ad essere coraggioso; Adriano Melandri generoso e protettivo; Ermes e Lucio; Cristian e Lele lo Sgangherato, nemici giurati di Daniel…E poi soprattutto Agata e Pasquale, veri coprotagonisti della narrazione. Daniel e David crescono nel conflitto fra il proprio passato, il presente che stanno vivendo e un futuro che provano a immaginare, fra mille incertezze.

Il passato è rappresentato dal padre. Ecco la nostalgia di Daniel per la famiglia (p. 19): “Ogni tanto vorrei che le cose tornassero come prima quando io e David ballavamo con il babbo in salotto. Ci divertivamo un mondo. Non avevamo bisogno di nessun altro, solo noi tre”. Con il padre fumavano la ganja: “Dice che una buona fumata stimola le funzioni dell’occhio del cuore. È il nostro cuore nero” (p. 44). Daniel crede di avere avuto l’”attivazione del cuore nero” leggendo una relazione in classe (p. 63): “Ho proprio sentito dell’aria nella mia mente. Sono sicuro che era il primo battito del mio cuore nero. L’ho proprio sentito. E ho rivisto la faccia del mio babbo che mi diceva Ogni rasta all’attivazione del suo cuore nero farà il suo primo discorso profetico”. Dai riti rasta i gemelli ricevono un’identità definita rispetto agli adulti e ai coetanei. Alla lunga, però, un’identità senza più modelli si sfalda. Le cause della “crisi” sono molte, le principali sono legate nella narrazione ai personaggi di Agata e Pasquale.

Agata è l’affettività che manca a Daniel: il vuoto lasciato dalla madre. In Pasquale c’è la determinazione a fuggire per farsi la propria strada. Agata è stata vittima di stupro (si parla di uno zio, ma è in realtà il padre). Daniel sente parlare di “stupro” ma non conosce la parola, crede che sia “sputo”: per lui diventa lo “sputo dello zio”. Sta bene con Agata, ne percepisce la sensibilità e così di riflesso la propria. L’incomprensione per i risvolti sessuali della vicenda si complica perché Agata è vittima di violenza anche in istituto. L’autore costruisce con delicatezza l’intreccio psicologico che lega i due bambini. Pasquale è un precoce camorrista napoletano. È violento, cerca lo scontro con gli adulti. David sente che quella di Pasquale è una specie di pazzia: “Tu mi sembri il passato di un uomo finito male” (p. 221). Ma paradossalmente Pasquale è anche campione di logica e sangue freddo; legge di fisica e poesia. Pianifica la fuga in modo professionale. Poco prima di scappare (dal quarto piano, con lenzuola annodate) si rompe una gamba, ma non si rassegna. Eccolo con David (p. 220): “Quindi sei proprio deciso” – “David, quando cavolo ci ricapita” – “Ok, ma cerca di capire, puoi allenarti finchè vuoi ma i piani rimangono sempre quattro e dovrai farli attaccato a una fune, come credi di farcela?” – “Sfruttando i principi elementari” – “Quali?” – “La forza di gravità. Una volta sospeso vai giù”. Ancora più sorprendente è la “guerra di parole”. Come un guerrigliero, Pasquale (e David) scrive poesie sui muri, per aprire gli occhi ai compagni. Eccolo discutere con David (p.103/4): “(David) Cosa significa quella frase?” – “Significa esattamente quello che c’è scritto” – “Io non l’ho capita. Non so se mi piace” – “Non è un mio problema” – “È da interpretare?” – “Non c’è niente da interpretare. Molti poeti pensano che la verità va detta con delle parole complicate perché pensano che la vita è ingarbugliata come la vedono. La vita non è ingarbugliata” – “Tu non lo sai com’è la vita” – “Quella che conosco io è facilmente leggibile, si basa su principi elementari come la legge del moto di Galileo”.

Proprio Pasquale metterà in crisi la visione del mondo di David (e Daniel): la loro vita riversa sul passato apparirà non più sostenibile. Ecco come Pasquale affronta David: (pp. 159/160): “Dove pensi che sia la via d’uscita?” – “La troveremo quando il babbo ci verrà a prendere” – “[…] non ti verrà mai a prendere, non crede nel vostro Dio, sennò ti avrebbe scritto una lettera. È un ciarlatano”. Il futuro si costruisce tra dialoghi e riflessioni sull’importanza della famiglia, sull’amicizia e la solidarietà, sul tempo e sulla morte, su Dio. Gli adulti sono pressochè assenti, e comunque non contano le loro parole, quanto l’esserci con il fare e l’esempio.

Ma i progetti falliscono. Mentre Pasquale fugge, i gemelli rinunciano. David per scarsa convinzione, Daniel perché non c’è più Agata, tornata a casa dopo un’altra violenza sessuale. Insieme dovevano “fuggire da Babilonia”. Infine i gemelli rifiutano l’adozione. “Non si vince due volte” (p.137): se hai perso la famiglia non ne avrai un’altra. La famiglia è l’istituto (p. 184): “Eravamo felici di essere di nuovo a casa, qui ci sono i suoni che conosci, riconosci gli odori, c’è la tua gente, non ti senti strano se fischi, nemmeno se dici delle cose senza senso, puoi fare la danza del pollo, puoi metterti il dito nel sedere e poi farlo annusare a qualcuno. Puoi camminare come uno spastico. Non sei costretto a dire buongiorno, grazie, si potrebbe, per favore, ciao. Salti tutte le cose inutili.”

La conclusione del libro è dolorosa: i gemelli realizzano che il padre non è (magari in carcere) in attesa di venirli a prendere, ma li ha abbandonati: ora non hanno più nulla, solo la loro comunanza di fratelli. L’epilogo apre due interpretazioni, diverse ma complementari. La sconfitta dei due fratelli è la quella dei (piccoli) migranti, sradicati dalla loro cultura, senza strumenti per vivere in una realtà incomprensibile e ostile. Il tema ricorre spesso nello scontro fra l’ideologia rasta ereditata dal padre e il mondo occidentale: la Babilonia dalla quale si dovrà fuggire. Importante nel conflitto identitario è anche il motivo religioso, con il confronto fra il “Gesù bianco” e il Jah rasta. Da un altro punto di vista quella dei gemelli è la storia di bambini che stanno costruendo con fatica la propria identità. Un impegno per tutti i bambini, per loro senza troppo aiuto da parte di un mondo adulto o assente come punto di riferimento credibile, o peggio che abusa dell’infanzia. Come dice Pasquale, “un labirinto senza vie d’uscita”.

Ma forse è proprio il camorrista poeta Pasquale a intravedere per i due fratelli una speranza, dando un nuovo senso della formula “due volte”: non l’impossibilità fatalistica di raggiungere una terra promessa, ma il punto di vista sperimentale che fa imparare dall’esperienza, per ricavarne il miglior vantaggio possibile (p. 160): “Bastano due volte. Non di più. Dal terzo in poi perdi tempo, ti appesantisci, perdi anche quel poco che hai guadagnato. La risposta è sempre quella, funziona tutto allo stesso modo. Fai troppe domande David, la terza è solo una scusa per la quarta, la quarta per la quinta, fino a che marcisci”.