Numero intervista:
4
Data dell'intervista:
15/12/2007 Intervistato:
Realizzato da:
Karim METREF
Ho scoperto "Clandestination" per caso, curiosando tra le piccole case editrici presenti alla fiera di Torino di quest'anno. Il titolo mi ha subito attratto. l'ho preso e l'ho sfogliato per un po', fino a capire di che si tratta e a leggere la mini biografia dell'autore. Faceva esattamente per il nostro sito. Parla di immigrazione clandestina in Italia e l'autore è lui stesso immigrato dalla Bulgaria. In più, era un nome nuovo, sconosciuto nell'ambiente della così detta "Letteratura migrante". Una perla rara, da leggere e segnalare assolutamente.
La lettura del libro non fu deludente, anzi. La storia è ben costruita, con un ritmo piacevole ma soprattutto, nonostante sia ovvio che il personaggio principale è un simbolo, una specie di eroe di tragedia greca, il mondo descritto con i suoi personaggi e le sue storie è realistico, vero.
Il libro è stato recensito il mese scorso sul nostro sito e subito dopo mi arriva una mail di ringraziamento di Kiril Maritchkov, con il quale non ero mai entrato in contatto fino a quel momento. Ne approfittai per chiedergli di fare una breve intervista.
Decidemmo di fare una intervista via mail. Io scrissi una serie di domande, un intervista tutta buona e gentile, convinto di fare una chiacchierata tranquilla tra gente che la pensa ugualmente... invece quale non fu la mia sorpresa quando arrivarono le prime risposte di Kiril.
Gli scrissi un'altra mail di disaccordo con alcuni suoi concetti chiedendogli di approfondire le sue idee su quei punti in particolare.
Con i suoi approfondimenti arrivo una risposta su questo tono: "Mi rendo conto che puoi non essere d’accordo con il mio punto di vista, ma io le cose le vedo così. E se non è “politically correct” dal punto di vista di quello che puoi pubblicare non lo fare."
Il problema, come spiegai a Kiril nella mail seguente, "non e' quello del "politicamente corretto" o nel pubblicare o meno le tue di opinioni. Fin che sono tue e che te ne assumi l'intera responsabilità, Io non ho nessun problema a pubblicarle. Noi non abbiamo padroni. Siamo un gruppo di volontari, il sito lo facciamo con i nostri mezzi propri e quindi pubblichiamo quello che ci pare. (...)
Ma semplicemente perché tra il nostro pubblico (e anche nella redazione) ci sono anche tanti Clandestini e gente uscita da poco da quello statuto, allora non si poteva non approfondire un pochino."
In una delle sue risposte Maritchkov dice che "Clandestination non è un libro 'pro immigrati' , anzi, è un chiaro avviso che ognuno deve starsene a casa sua. Per quanto possa suonare strano dalla bocca di uno come me …"
Da questo punto di vista, sono pienamente d'accordo con Kiril. I cantori del politicamente corretto hanno passato anni a spiegarci che l'immigrazione è una buona cosa e che è una ricchezza per il paese. Dire che l'immigrazione è un male era una specie di tabù. Peccato che oggi sono quelli stessi cantori che promuovono campagne xenofobe e sfornano dei "pacchetti Sicurezza" ad-hoc per l'immigrazione come se questa fosse all'origine di tutti i mali della penisola.
Ecco dove si raggiungono secondo me quelli che considerano l'immigrazione un bene o un male senza dare un'occhiata un po' più in là. Senza farsi delle domande sul perché (o più esattamente sui perché) di tale fenomeno. Oggi riassumere il dibattito sulle migrazioni solo al loro effetto benefico o malefico (secondo i punti di vista) sui paesi d'accoglienza è un modo di nascondere i problemi alla base.
L'immigrazione è un male. Non può essere un bene che paesi interi si svuotino della loro linfa vitale, non può essere un bene che milioni di persone non trovino altri orizzonti per la proria vita che quello di partire spesso senza sapere come nè dove, non può essere un bene che migliaia di persone muoiano nei deserti, nei mari o sul filo spinato di qualche frontiera. E' un male che così tanti paesi del mondo non sappiano cosa fare dei loro giovani... Se oggi è così è perchè qualcosa è marcio in questo mondo.
L'immigrato senza documenti, il clandestino, colui che non accetta la logica della regolazione dei flussi e che chiede la sua porzione di benessere anche se non è prevista nelle quote, è un elemento scomodo. E' la prova vivente di ciò che tutti vogliono nascondere. E' come l'odore che rimane dopo che abbiamo nascosto il marciume . La politica e il suo appendice naturale: i media forti, non hanno altra via. Siccome non possono parlare dei veri problemi perché non si autorizzano ad affrontarli, allora hanno due vie possibili: o fare finta che la puzza non è una puzza ma un profumo oppure fare finta che la puzza non è una conseguenza del problema ma il problema stesso. Ma non credo che chi sta bene sia da questa che dall'altra parte del mondo abbia credibilità nel consigliare a chi sta male di starsene a casa propria.
Ma tutto ciò è una lunga storia che ci racconteremo forse un altro giorno. Torniamo piuttosto all'intervista con Kiril Maritchkov.
Kiril Maritchkov, Il tuo romanzo d'esordio, Clandestination, parla del mondo sommerso dei senza documenti. Cosa ha motivato questa scelta?
Volevo raccontare il mondo dei clandestini, che è una realtà complessa, immensa, con regole proprie e dinamiche anche psicologiche particolari. E’ una specie di mondo parallelo, come se la società nella quale viviamo fosse a due livelli: una in superficie e un'altra nascosta nel piano di sotto, che si alimenta grazie alla società in superficie ma della quale gli abitanti di quest’ultima ignorano o non vogliono conoscere l'esistenza. Un mondo in cui chi entra raramente esce vincitore.
Tu lo chiami un mondo parallelo al nostro. ma il nostro a "noi" chi? chi siamo noi e chi sono loro? e dove inizia il "loro" e finisce il "nostro" mondo.
Così, c’è il “nostro mondo” – quello della corsa al benessere, dell’apparire e mostrarsi, il mondo dei bancomat, dei telefonini sempre nuovi, delle case al mare e lo shopping domenicale, e il “loro mondo” – quello delle baracche senz’acqua né luce, del freddo e della fame, dei topi e dei cibi in scatola (quando va bene) e della disperata ricerca si arraffare gli avanzi del mondo “civile.
Dalla tua biografia non emerge che tu abbia una conoscenza diretta del mondo descritto nel libro. Come fa un "giovane per bene" a conoscere questi ambienti?
Dopo la laurea cominciai a lavorare come legale della nostra Ambasciata in Italia. In tre anni ho avuto modo di incontrare migliaia di persone - inguaiati con la giustizia, disperati disillusi dalla prospettiva di trovare il loro posto in Italia, truffati da chi gestisce il traffico di clandestini - che venivano a raccontarmi le loro storie. Avevo un "obbligo morale" di raccontare quel mondo.
Ivan, l'eroe del tuo libro, raccoglie in se tutte le disgrazie del mondo. esiste da qualche parte un personaggio simile o e' solo un simbolo?
Il personaggio è certamente inventato, romanzato, ma il suo percorso – per quanto complesso è a volte incredibile – è quello di tanti clandestini. Quando si entra in questa realtà la vita di ognuno viene risucchiata in un vortice incontrollabile che spinge sempre più verso l'estremo: la illegalità porta alla delinquenza e quella alla violenza. Per molti non c'e' scampo. Il protagonista del mio libro è un ragazzo per bene che, giorno dopo giorno, affoga in questo mondo spietato finendo, contro la sua volontà, a compartecipare in reati di inaudita violenza. E' un simbolo, ma purtroppo reale.
In questi giorni girano discorsi apertamente razzisti nei confronti degli stranieri in genere a degli Est europei in particolare (romeni in primo piano e poi tutti gli altri). Nel tuo libro ci sono immagini di criminali est europei molto violenti. Non temi che immagini di questo genere rinforzino i pregiudizi già molto forti?
Purtroppo i pregiudizi nei confronti degli stranieri dell'Est hanno delle solide fondamenta. Come mai non ci sono pregiudizi verso i cingalesi o verso i filippini? Le statistiche dimostrano che sono gli immigrati dell'Est a commettere la maggior parte dei reati. E non credo che un romanzo possa alimentare i pregiudizi, per quello ci sono i telegiornali. Potrebbe, di contro, scagionare gli immigrati da alcuni luoghi comuni che non giovano certo alla pace sociale, spiegare i loro comportamenti, le loro paure. Tutti noi temiamo quello che non conosciamo. Il mio romanzo tende a far conoscere questo mondo.
Secondo te, perché questo mondo qua si fa conoscere solo quando sbaglia, quando si sfoga violentemente, mai quando subisce in silenzio?
Forse la mia visione è un po' estrema, ma non vedo il mondo dei clandestini come vittima, bensì come aggressore sociale, come un arto malato che va o curato o amputato.
Approfondiamo un po' questo concetto dell'aggressione sociale. Prendendo l'Ivan del tuo romanzo, spiegami un po' come lui e'un aggressore e non tutti quelli attorno che lo sfruttano fino all'osso. Se non sbaglio quelli che l'hanno buttato in quella situazione, siano essi bulgari o Italiani, fanno parte nel "nostro" di mondo. sono "gente per bene" con giacca e cravatta ...
Bisogna fare una distinzione. Il singolo clandestino che è sicuramente vittima – di sfruttatori, di false illusioni, di guerre, di disperazione – che, però, unendosi ai suoi simili ed accettando, per qualsiasi motivo, di vivere nell’illegalità, aggredisce direttamente o indirettamente la società civile. Nel caso dei clandestini l’offerta crea la domanda … ci sono clandestini a disposizione, pertanto chi vuole può sfruttargli. Sicuramente sono altrettanto “aggressori sociali” quelli che approfittano di questo mondo, ma ciò non esclude che essi comunque restano una piaga sociale. Perseguire gli spacciatori di droga non esclude la lotta contro la tossicodipendenza.
Il tuo libro, che ho letto e trovato molto istruttivo, ha trovato pochissimo riscontro in Italia. E' quasi sconosciuto. Mentre in Bulgaria ha avuto abbastanza successo. Come spieghi questa situazione?
Clandestination usci nelle librerie italiane due anni fa, quando ancora non si parlava così tanto di immigrazione, clandestini ecc. Comunque, credo sia una questione di politiche editoriali che a volte sono sbagliate ma che l'autore non può influenzare. La cosa più divertente è stata scoprire quant'è stato diverso l'approccio dei lettori in Italia e in Bulgaria. Mentre i lettori italiani scoprivano un nuovo mondo, i giornalisti bulgari scrivevano che il mio romanzo poteva essere una Guida pratica dell'immigrato, volta a disincentivare chi vuole cercare fortuna all'estero. Perché Clandestination non è un libro "pro immigrati", anzi, è una chiaro avviso che ognuno deve starsene a casa sua. Per quanto possa suonare strano dalla bocca di uno come me …
Progetti di futuro?
Beh … progetti tanti, che restano nel cassetto in attesa di un editore capace ad incentivarmi.
