Incontro con Susanne Portmann

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Data dell'intervista: 
15/03/2008
Intervistato: 
Realizzato da: 
Silvia De Marchi

 o Come è nata l'idea di scrivere "Lasciando il bosco"?

"Lasciando il bosco" si basa su due idee. La prima, l'idea di scrivere una versione moderna di "Hänsel e Gretel" non è mia: l'ho rubata a un uomo che ho avuto la grande fortuna di incontrare e al quale debbo moltissimo. Nel 1995-96 capitò che egli accennasse più volte al "Lebkuchen", un dolce tedesco molto antico con il quale si costruiscono le casette della strega di Hänsel e Gretel.
Ma ci volle l'altra idea, quella di una sorella che sparisce, prima che il racconto prendesse forma. La notte del 18 agosto del 1996 (me la ricordo perché ero molto sconsolata per una questione di cuore), mi misi a scrivere per fermare
il terribile groviglio di congetture che mi frullavano in testa e stranamente, invece di afferrare ciò che fino a un minuto prima mi era passato per la mente, buttai giù una scena di addio tra un fratello e una sorella in un aeroporto.
E lì ci fu il lampo: la scena appena abbozzata poteva essere il ricordo che emerge alla memoria di un fratello, a cui è misteriosamente sparita la sorella.
Nei giorni e nelle settimane che seguirono, concepii in qualche modo i due personaggi principali e scrissi alcuni testi a carattere poetico che mi allontanarono dall'intenzione, che pure c'era stata, di scrivere un giallo. Passarono poi molti mesi prima che stendessi il racconto, tra metà dicembre del '98 e metà marzo del '99, periodo in cui mi si offrì la splendida occasione di poter scrivere senza dover pensare a nient'altro. Non avevo in mente niente di chiaro, non avevo ideato una trama vera e propria, non sapevo bene come sarebbe
andata a finire: mi sedevo, mi calavo nei panni del mio protagonista e la storia mi si snodava tra le dita, giorno dopo giorno, quasi la scrivesse lui per davvero, come se il racconto fosse già lì, bastava che lo tirassi fuori. E sperimentai questa cosa meravigliosa dell' "inventare", delle tante piccole idee che vengono, si aggiungono l'una all'altra e si amalgamano a formare il tessuto del racconto, quasi per un congegno segreto.

o Qual è il senso per te di scrivere nella lingua ospite, nella lingua dell'altro?
Scrivere in italiano, dopo venticinque anni vissuti qui, potrebbe essere semplicemente ovvio: scrivi nella lingua di coloro con cui dividi la vita, non nella lingua di coloro che hai lasciato da tanto tempo.
Sono di madrelingua svizzera tedesca e quindi soggetta a una accentuata diglossia tra lingua parlata e scritta: noi parliamo lo svizzero tedesco (che i tedeschi capiscono più o meno quanto gli italiani il sardo), un idioma sul quale non mi sembra ci sia concordanza tra esperti, se si tratti di un semplice dialetto tedesco oppure di una lingua vera e propria. A scuola, quando impariamo a scrivere, impariamo una nuova lingua, che si pronuncia in modo diverso da quella che parliamo: la chiamiamo l' "alto tedesco" (Hochdeutsch), o anche il
"tedesco di scrittura" (Schriftdeutsch). Per arrivare a scrivere dobbiamo quindi fare un salto mentale piuttosto innaturale e inoltrarci nella lingua dei tedeschi, a noi stranieri a tutti gli effetti. La "lingua ospite" per noi, in fondo, è il tedesco, con il quale abbiamo un rapporto per molti versi ambivalente.
Il caso ha voluto che le prime parole che ho scritto in vita mia non fossero neanche tedesche, ma francesi, perché quando imparai a scrivere abitavo vicino a Losanna. Ricordo con precisione la primissima frase che con grande gioia tracciai sulle linee di un quaderno a pentagramma: "Le lézard est sur le mur". Ricopiavo la frase che la maestra aveva tracciato sulle prime righe del foglio, ma la sentii profondamente mia, perché quella lucertola che vedevo sul muro, al sole davanti a me mentre scrivevo, era per me una cosa molto speciale: le lucertole c'erano lì, sul lago di Ginevra, ma non dove sono nata e dove ho vissuto in seguito, quel poco più a est e a nord che fa sparire le lucertole. L'immagine della lucertola sul muro, che vedevo mentre scrivevo quelle prime parole, mi suscitò un profondo senso di meraviglia per una cosa sconosciuta e scoperta, un'immagine che si fondeva pienamente al mio "essere lontano e stare via" che, etimologicamente, è il significato alla radice della parola "der Fremde", "lo straniero, il forestiero".
Quando poi imparai a scrivere in tedesco, fu diverso. Ricordo anche il primo piccolo tema, intitolato "Ieri". Io avrei voluto scrivere che "ieri" a scuola era venuta un'altra maestra, molto più giovane e molto più carina della nostra, che ci aveva assegnato quel tema. Non ricordo affatto ciò che infine scrissi, ma quello che non potevo scrivere e il conflitto pazzesco che patii perché non volevo scrivere niente di "falso", ma non potevo scrivere il "vero".
In modo più drammatico, l'esperienza si ripropose quando, nell'adolescenza, tornai in Svizzera dopo un soggiorno a Parigi lungo quasi tre anni. Scrivere i temi in francese non mi poneva grandi problemi. Facevo un sacco di errori di ortografia certo, ma gli insegnanti erano generosi. Mi piacevano tantissimo le analisi delle poesie francesi, rintracciare il gioco dei suoni, le melodie intessute tra le parole, capaci di veicolare contenuti che andavano oltre il significato delle parole stesse. Ma, tornata in Svizzera, di fronte alla richiesta dei professori
del liceo di scrivere in tedesco, ci fu di nuovo un blocco assurdo davanti alla pagina bianca, che durò non poco e rischiava di compromettere seriamente i miei studi; assurdo soprattutto perché, fuori dall'ambito scolastico, scrivevo senza problemi, anche in tedesco. Può darsi che in ambedue le occasioni si sia trattato di una reazione al clima della scuola, in particolare a quello pesante e borghesemente esclusivo del liceo, rispetto all'atmosfera più aperta e popolare che si respirava nella scuola francese.
Esperienze altalenanti, tra il vivere una spontanea possibilità di espressione e l'imbarazzo totale e l'impotenza, che hanno lasciato un segno, che forse fa sì che oggi io trovi una profonda corrispondenza in ciò che Tahar Lamri ha scritto circa il "vero progetto dello scrittore immigrato" che "si ingegna a far passare le parole in modo clandestino" (devo però dire che ho sicuramente più certezze rispetto al mio essere immigrata che non rispetto all'essere "scrittrice"). Scrivere mi sembra una meravigliosa possibilità di potersi rivolgere in un colpo solo a se stessi e all'universo intero e, insieme, una stanza segreta, infinitamente spaziosa tutta per sé. Eppure nello scrivere in tedesco, ho sempre provato una sensazione di
non intimità, capace di generare il panico del "che dire?". E sia chiaro che io non disdegno affatto il tedesco: è una lingua squisita per pensare e offre possibilità di chiarezza e sfumature di significato formidabili; è stato molto importante e bello studiare la storia della lingua e della letteratura tedesca. Ma come lingua di espressione, il francese, a tratti anche l'inglese e ora l'italiano, mi sono risultati spontaneamente più consoni. Scrivere in lingue diverse dal tedesco, ha rappresentato per me, sin da piccola, la possibilità di esprimere e testimoniare
qualcosa di "autentico", in modo diretto, sentendomi al riparo, come se sfuggissi ad un'istanza di giudizio, sicuramente non solo esterna. Forse gli svizzeri tedeschi vivono quotidianamente sulla loro pelle il dramma del carattere "accademico", "pedantesco" e "cartaceo" del tedesco, insito nella storia di questa lingua, che Jakob Grimm si era proposto di indagare. Forse temiamo articolarmente quel giudizio morale che ben esprime Leibniz quando dice che la lingua deve essere "a servizio della ragione", che la lingua è lo "specchio
dell'intelletto" ed è "ben eseguita" solo quando l'intelletto vola alto.
Ma forse è solo un mio problema personale che ho cercato di aggirare, più che risolvere, trovando rifugio in un'altra lingua.

o Come entra la scrittura nella tua vita?
Come per tutti, immagino: scrivendo i temi scolastici, il diario, i sogni, poesie, lettere; ciò che si scrive da piccoli, da giovani e soprattutto da innamorati. Il desiderio di scrivere "una storia" e quindi di cimentarmi nella scrittura vera e propria, nasce nella prima adolescenza dall'incontro con i libri, certi libri (il mio secondo amore dopo l'arte e altrettanto forte); nasce come qualcosa che si è messo lì, nel cuore, come una attesa che tende a una risposta, che è maturata anche nello "scrivere".
Di fatto, paradossalmente, vivevo in Italia già da parecchi anni quando la scrittura entrò nel mio lavoro. Ho fatto la dattilografa, la segretaria, l'impiegata di concetto per molti anni: corrispondenza, traduzioni, rapporti, minute, verbali, note, discorsi, progetti, analisi, ricerche, articoli, ecc.: è incredibile quanto si scrive negli uffici, "descrivendo" in continuazione ciò che si è fatto, si fa e si pensa di fare! Per me è stata una palestra di italiano.
Venendo in Italia avevo scelto di fare studi d'arte, volevo dipingere, ma per restare ho fatto questi lavori di scartoffie e di scrivania. All'inizio è stato molto difficile, non riuscivo a dividermi tra lavoro e pittura: ho dipinto poco, ripiegando sugli studi e frequentando l'università. E ho scritto la tesi, il che per me è stata una grande prova, anche di italiano. In quegli anni ho cominciato a scrivere in modo diverso, uscendo dalla sfera puramente privata con piccoli saggi, piccole sceneggiature e intanto si faceva sentire sempre più pressante l'antico desiderio di scrivere "una storia", di compiere il salto alla dimensione letteraria.
Nel mio caso, per arrivarci occorrevano tante cose, anzitutto una sufficiente padronanza della lingua italiana scritta e un'idea forte abbastanza da permettermi di passare dall'espressione intimista a quella letteraria. La scrittura richiede tanto tempo e non solo tempo materiale, ma anche "tempo di vita", una formazione personale che ti porta a saper vivere da te la tua vita pur stando assieme agli altri, nei rapporti, e a saperti separare dagli altri, senza perderti e
senza perdere gli altri. Cose complicate, difficili e poco ovvie per chi, come me, ha una forte tendenza a "stare per sé", e soprattutto ad "andarsene", acquisita lungo una storia famigliare scandita dai traslochi. Ho avuto la fortuna di compiere questa formazione qui a Roma, da immigrata, anche se non proprio nel senso "classico" del termine.
"Lasciando il bosco" in questo senso rappresenta la chiusura di un cerchio molto ampio; è
stato come affrontare, dopo la laurea, una vera prova di scrittura letteraria, a cui stranamente gli studenti di Lettere non sono chiamati. Un punto d'arrivo. Non so se la prova sia riuscita e non so se riuscirà ancora, anche perché nel frattempo la pittura ha nuovamente ripreso il sopravvento.

o Come descriveresti la lingua italiana con tre aggettivi?
Comporrei un "adagio vivace con brio " con il lessico della musica, niversalmente
italiano.

Leggere la recensione di "Lasciando il bosco" realizzata da Francesca Chiarla per Letterranza.