Numero intervista:
6
Data dell'intervista:
15/03/2008 Intervistato:
Realizzato da:
Silvia De Marchi
• Come è nata l’idea di scrivere “L’Argonauta”?
L’argonauta è nato, credo, da una necessità: quella di riorganizzare l’esistenza in un momento in cui mi capitava di vivere una delle esperienze più devastanti, e allo stesso tempo più arricchenti, che possano capitare a un essere umano.
Sto parlando dell’emigrazione, cioè di quel percorso in avanti che si attua schiacciato da due consapevolezze contrastanti, la necessità del pensiero del ritorno, e la sua totale, mano a mano sempre più conscia, inattuabilità. Nasce anche (direi soprattutto) da un fatto successo a metà degli anni settanta, in Uruguay, raccontatomi successivamente da una amica molto cara. Un piccolo uomo, con la vocazione della normalità, scopre all’improvviso che il mondo che gli sta intorno ha ben poco di normale.
E che la sua innata incapacità di prendere una qualsiasi posizione in favore o contro qualcosa, rappresenta, in quell’universo e soprattutto in quel tempo che gli è capitato di vivere, quasi una patologia aberrante. E poi la vita, che come al solito prende il sopravvento, nelle vesti di una donna che affida a lui la sua, per un istante, una notte qualsiasi, e che continuerà a trascinarlo con sé, dentro di sé, in un viaggio che da solo non avrebbe mai trovato il coraggio di compiere.
• Come entra la scrittura nella tua vita?
Ci è stato un tempo in cui, come ogni adolescente, mi chiedevo cosa avrei fatto nella vita. Per un lungo periodo sono stato convinto di volere intraprendere la carriera militare, alla scuola di Aeronautica del mio paese, e avevo preso ad allenarmi tutto il giorno perché l’esame d’ingresso era piuttosto impegnativo a livello fisico, ed ero addirittura arrivato ad essere un passabile atleta. Poi successero due fatti. Ci fu il Golpe, cioè l’arrivo della dittatura, e cominciai a lavorare prima come fattorino e più avanti come commesso nella libreria di un mio zio, nella città in cui sono nato, cioè Minas. L’uno mi fece diventare per sempre un convinto anti-militarista, e l’altro mi immerse in un mondo che fino ad allora non sospettavo nemmeno che esistesse. Ci fu poi un altro fatto. Un giorno, al liceo , un giorno particolare perché si contavano già i primi desaparecidos, l’insegnante di letteratura, che si era appena presentato, disse qualcosa che mi è rimasto per sempre nelle orecchie e nel cuore: “vi starete chiedendo: cosa me ne faccio della letteratura in momenti come
questo che oggi ci tocca vivere. Io non so la risposta, posso dirvi soltanto che di sicuro non vi darà il pane, ma forse riuscirà a dare un senso a questo pane”. Ecco, può sembrare banale, ma da allora la scrittura, mia e soprattutto quella degli altri, non ha fatto che confermare questa previsione.
• Qual è il senso per te di scrivere nella lingua ospite, nella lingua dell’altro?
Non so in verità fino a quando si possa parlare di lingua ospite, la lingua dell’altro è quella che ti è in qualche modo ostile, o quanto meno estranea, forse diffidente, ma c’è un momento in cui questa diffidenza viene a meno, scopri all’improvviso di non fare più quello sforzo di traduzione degli inizi, che brontoli in quella lingua, che bestemmi, che sogni, che fai l’amore, (lo esprimi) in quella lingua. E piano piano scopri, a volte con panico, che è la tua ad allontanarsi, a diventare quasi inafferrabile. E in questa lontananza arrivi a sorprenderti, a volte ad ammaliarti di parole, di suoni che una volta sono stati semplici espedienti quotidiani della comunicazione, e che ora, proprio in virtù della distanza, appaiono fantastici. Il mio italiano l’ho appresso per strada, spesso nei treni, o
nelle stazioni nelle quali spesso mi è capitato di passare delle ore, in attesa di un collegamento. Ho una sterminata raccolta di frasi di quelle scritte sui muri da innamorati corrisposti, da innamorati traditi, da innamorati abbandonati, (nessuno scrive quanto scrive un innamorato), ma anche di pensieri lasciati lì, sulle panchine, sui muri, sui sedili degli autobus, quasi a rendere conto di uno stato d’animo che sta facendo scoppiare il petto. Forme di un italiano immediato e spesso sgrammaticato che giorno dopo giorno mi diventa più familiare. Forse perché sono anch’io immediato e sgrammaticato.
• Come descriveresti la lingua italiana con tre aggettivi?
Non so quale sia la vera lingua italiana. Una volta, molti anni fa, quando mi vantavo di parlare in un accettabile italiano, mi capitò di andare a Napoli, e in mezz’ora sono andato in crisi. Ho odiato per diversi anni, prima di conoscerlo di persona, Massimo Troisi, perché non riuscivo a capire una parola di quello che diceva, eppure tutti mi rassicuravano sulla tenuta del mio italiano. Nelle vallate bergamasche puoi ascoltare dei suoni che sono quasi un’esperienza mistica, e sui monti della Sila o tra le cime del Gran Paradiso mi sono chiesto spesso se per caso non avessi attraversato qualche confine.
Forse è proprio questo il fascino della lingua italiana, tutto al femminile. Volubile e rassicurante. Ti illude e ti raggira, ti mette alla prova giorno dopo giorno e non appena credi di esserle arrivato al cuore, ti appioppa un bidone che ti lascia a gambe in aria. E quella costante spada di Dàmocle appesa sulla testa di ogni buon straniero che si rispetti: le doppie. Che sembrano niente, basta farsi capire si dice, (ti consolano) ma vai a cancellare il sorrisino sulla faccia dei tuoi interlocutori in momenti in cui, malauguratamente, scopri di avere appena scambiano la nona sinfonia di Beethoven con una delle sue meno note progenitrici, la nonna. Si può fare affidamento su una lingua con la quale basta una piccola distrazione per fare delle memorabili figure da peracottaio?
Tre aggettivi? Traboccante, fascinosa, un po’ carogna.
Leggere la recensione di "l'argonauta" realizzata da Francesca Chiarla per Letterranza.
