Incontro con Guegana Radeva

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Numero intervista: 
7
Data dell'intervista: 
15/06/2008
Intervistato: 
Realizzato da: 
Silvia De Marchi

Guergana Radeva è nata in Bulgaria nel marzo del ‘67.

Laureata in Ingegneria elettronica all’Università di Sofia, è approdata in Italia nel ’91 sulla cresta della grande onda migratoria. Ha lavorato come domestica, cameriera, pizzaiola e barista e ha gestito un irish pub a Livorno.
Sposata da una quindicina d’anni, attualmente vive nel cuore della Maremma con tre cani e quattro gatti.  Alcune sue brevi opere sono state incluse nell’Antologia poetica Nuove voci, ed. il Filo, Oxè Racconti erotici italiani, ed.Zona e Writers Magazine Italia, ed. Delos Books. Amalgrab, ovvero lo specchio delle brame è il suo primo romanzo.


• Come è nata l’idea di scrivere “Amalgrab”, è stata spinta da un’esigenza specifica?
L’impatto con i condizionamenti di una realtà diversa stimola a esplorarne le radici e quando si comprende che in fondo sono le stesse del proprio bagaglio culturale, magari esteriorizzate in
maniera alternativa, la vita si riassesta e andare avanti perde l’artificiosità protettiva ridiventando gioioso e intuitivo. Lo specchio magico di Amalgrab riflette in chiave romanzata questa mia
personale esperienza. Credevo che sarebbe stato un lavoro di fantasia, invece si è rivelato un’opera di restauro: scoprire sotto la superficie lustra le sinopie di una saggezza antica. Ho dovuto
sbirciare sotto i paraocchi dell’anima, dazio dovuto alla società contemporanea, dedita al culto dell’immagine e dell’azione, e auscultare il mondo nuovo con l’orecchio interno, atemporale. Un pellegrinaggio dello spirito che si è rivelato rigenerante.

• Come entra la scrittura nella tua vita?
Nel 67, l’anno in cui usciva alla luce “Cent’anni di solitudine” di Marquez, mia madre racchiuse la serpicella del mio cordone ombelicale in una raccolta di poesie. Mi divertono le piccole coincidenze della vita, il fatto di avere l’età del mio libro preferito. Ma prima ancora che io mi infilassi nella scrittura tramite quel brandellino di pelle, fra le pagine di un libro era entrato mio padre e impigliato nelle sue memorie anche mio nonnoprotagonisti del romanzo Lavina di Blaga Dimitrova, che in seguito diventò un film. La meraviglia scaturita da quell’insolito gioco di prestigio deve avermi stimolata a cercare di carpirne i segreti. Se la lettura entrò nella mia vita in modo naturale con la chitanka (sillabario) rosa dalle grandi lettere ammiccanti, il primo libro della biblioteca, portato stretto al cuore al riparo dalla neve che si ammassava in cumuli che ricordo più alti di me,
la scrittura vi si insinuò a ritroso con l’incapacità di tenere un diario, con i temi scolastici che non riuscivo a confezionare su misura degli insegnamenti, avventurandomi sulle sabbie mobili del “se” e del “forse”, con la fatica di adeguarmi alla comunicatività immediata dei giornalini ai quali cercai di collaborare con scarsa efficienza. Per questo forse mi sono rifugiata in una scrittura meditativa che esplora il diverso, la metamorfosi, l’altrove. E se trentacinque anni fa tenevo il libro di fiabe al caldo sotto il giubbotto, ora è la fantasia a tenere calda me.

• Qual è il senso per lei di scrivere nella lingua ospite, nella lingua dell’altro?
Scrivo “a orecchio”, assimilando per una specie di osmosi la musicalità della lingua che mi circonda. È un andamento naturale, mi risulta difficile uscirne, provare, per esempio, a tradurre lo scritto. Il risultato pare uno spartito stropicciato di fronte alla sinfonia dal vivo dell’originale.

• Come descriverebbe la lingua italiana con tre aggettivi?
Sontuosa, sinuosa, seducente.

Leggere la recensione di "Amalgrab" realizzata da Daniele Barbieri.