Chi si nasconde dietro il nome di Brhan T. F.?
Il mio nome per esteso è Tesfai Fuzum Brhan Abraham.
Mi dicono che sono nato nel 1969 in Eritrea e che attualmente vivo in Italia. Sarà vero o no ' Boh ?non lo so.
Sarebbe difficile dire chi è Brhan. Dal punto di vista spazio temporale, sono nato nel 1969 a Zaghir, a circa 20 chilometri da Asmara, in eritrea. Ho vissuto ad Asmara, poi per un po' di tempo ad Addis Abeba? e nel 1983 sono arrivato in Italia.
Ah... sei passato ad Addis Abeba? All'epoca era lo stesso paese…?
Sì ho vissuto lì con la mia famiglia quando avevo dodici anni, poco prima di partire per l'Italia. Mi ricordo, oltre alla pioggia abbondante, i sabati che passavamo ai bagni termali (fol uà, acqua calda). In Etiopia ho migliorato il mio Amarico, arrivando anche ad avere degli amici, ma adesso faccio fatica a sostenere una conversazione decente. Sono nato cittadino etiopico e alla fine di una guerra durata trent'anni con la liberazione sono divenuto cittadino eritreo.
Allora arrivi in Italia nel 1983, eri giovanissimo…?
Sì, ero giovane. Ero arrivato insieme ai miei che si erano rifugiati in Italia a causa della guerra. Quindi sono arrivato in Italia, come alcuni dei miei amici, seguendo la scelta dei miei genitori. Quando i miei decisero di tornare in Eritrea nel 1992/93, ho fatto la scelta di rimanere, in quanto la mia vita era qua: amici, studi, abitudini, ragazza. Durante l'università i miei genitori mi hanno sostenuto sia moralmente sia economicamente.
Sei stato un immigrato un po' atipico...
Sì e no! Sì perché la protezione della famiglia ha funzionato come filtro tra me e la nuova realtà. Nel mio paese ero figlio e studente e tale sono rimasto in Italia. Non sono atipico perché conosco altri che sono venuti in Italia con il ricongiungimento familiare e che hanno avuto in qualche modo l'appoggio della famiglia. Ma oltre a questo ci sono anche molti ormai più che maggiorenni che sono nati in Italia.
Nel 1997 pubblichi il tuo primo libro...
Sì il 1997 è il risultato finale di un lungo percorso. Anni di scrittura, riscrittura, letture private per amici e compagni. Ho cominciato a scrivere racconti brevi e poesie. L'idea di pubblicare è venuta fuori dopo varie sollecitazioni da parte di amici e conoscenti, anche se nonostante questo ho faticato sia per darmi il coraggio sia per affrontare le critica degli altri. Il desiderio, poi divenuto esigenza, di scrivere è nato dalla frattura tra me e il mondo esterno. La rottura dell'equilibrio fra il mondo interno e il mondo esterno ha dato luogo a una serie di domande che all'inizio ruotavano intorno al tema della diversità, ma poi successivamente riguardavano l'atteggiamento personale verso il mondo esterno.
Sono queste domande, che avevi dentro di te, che ti hanno spinto a fare filosofia?
Filosofia l'ho fatta per una scelta molto precisa. In genere, la via quasi obbligatoria è quella di medicina o ingegneria, agraria? scuole che portano a mestieri di prestigio, sociale, sicuro. La famiglia, l'ambiente intorno a te ti indirizzano (ti obbligano) a iscriverti a una di queste facoltà. La filosofia non dà un mestiere, non è un percorso alla fine del quale entri nel mondo del lavoro in un settore ben definito, oltre all'insegnamento. Sei tutto e niente, come recita un proverbio 'la filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale il mondo rimane tale quale'. Le persone che incontri quando ti chiedono che cosa fai, se rispondi che studi ingegneria, medicina, economia, legge si rappresentano che mestiere andrai a fare, e la conversazione prende un'altra strada; mentre se rispondi filosofia, seguono due affermazioni 'bello' e subito dopo 'ma dopo che cosa farai?'. Insomma se studi filosofia devi giustificarti. In qualche modo è comprensibile la domanda, le risposte potevano essere molte ma assolutamente uno non poteva dire 'vorrei fare lo scrittore', perché di nuovo non è considerato un mestiere, dall'altra parte come si può dare torto! Escluso pochi, pochissimi scrittori che vivono scrivendo libri, il resto sono tutti dei soggetti prestati alla scrittura per esigenza ma che fanno altro per vivere. Per queste ragioni non potevi confessare di studiare per diventare uno scrittore. Per quanto mi riguarda ho studiato filosofia prima di tutto per chiarirmi le varie descrizioni che mi venivano offerte sia del mondo esterno che del mondo interno.
Scrivere col tempo diventa, senza desiderarlo, un bisogno primario: come il mangiare, bere e dormire. Se ha avuto origine dal fatto di vivere lontano dal proprio paese, con il tempo l'esigenza è quella di comunicare a prescindere dal luogo di nascita, di crescita. Lo spazio fisico del libro, popolato dalle parole, diventa il luogo di incontro oltre ogni appartenenza.
Quindi ancora una volta una impostazione atipica. Contrariamente a tanti di quelli che hanno fatto il percorso migratorio da adulti e per scelta propria, che quando scrivono, lo fanno spesso per aprire un dialogo con la società d'accoglienza. Tu scrivi, invece, per dialogare con te stesso?
Se fosse un dialogo solo e soltanto con me stesso, mi troverei a riempire il mio diario personale quindi non potrei pensare di pubblicare. La pretesa, con una buona dose di egocentrismo, è quella di scrivere per svelare alcuni interrogativi che ti ossessionano, ma questi interrogativi non sono solo 'miei', appartengono a molti altri, indipendentemente che siano di un posto o di un altro.
Il fatto di essere Eritreo, Africano ha avuto importanza in maniera decisiva nel mio primo libro 'L'ombra del poeta'. In questo libro l'Africa era il destinatario di una buona parte dei miei sentimenti, delle miei percezioni, emozioni. Ma questa penso che sia stata una fortuna, ad esempio: Dante ha immaginato il paradiso, il purgatorio, l'inferno; Petrarca ha immaginato 'Laura'; Io non ho avuto bisogno di immaginare un territorio al quale nessuno poteva avere accesso oltre a me, perché essendo l'oggetto ideale l'Africa, questa non doveva essere immaginata, creata. L'Africa è lì e tutti possono avere un accesso diretto.
Il rischio che potevo correre inconsapevolmente, e spero vivamente di averlo evitato, era quello di cadere nella trappola degli stereotipi e dei pregiudizi che si hanno verso l'Africa.
Anche qua, è un'Africa che hai dentro di te, in qualche modo…?
Sì? esatto. Una Africa filtrata attraverso i miei vissuti. Non mi riconoscevo nell'Africa che veniva descritta qua. Ad esempio, uno dei miei ricordi più forti dell'Africa della mia infanzia è il fatto che a Natale andavamo in vacanza sul Mar Rosso. Questo tipo di esperienze non usciva mai nei vari racconti che venivano offerti nei confronti dell'Africa. E il fatto di vedere l'immagine dell'Africa sempre ed esclusivamente legata alla povertà, alla miseria, mi faceva stare male. Perché non coincideva con il mio vissuto in Africa!
Però, se è vero che i miei scritti hanno sempre qualcosa che rappresenta me, sempre più diventano altro da me, come nel caso di Alida. La novità nel mio percorso di scrittore arriva con Alida che mi ha aperto la porta della cosiddetta ?letteratura migrante? e l'ambiente che ho trovato ha due aspetti: il primo fortemente positivo in quanto mi ha dato la possibilità di conoscere personaggi dal calibro di Kossi, Erminia Dell'Oro, Kuma, tu stesso Karim, con i quali abbiamo aperto un dialogo molto interessante. Il secondo aspetto, negativo, è quello di trasformare la letteratura migrante in un ghetto. Ma se definiamo letteratura migrante per luogo di nascita, mi sento indegno, spero almeno per ora, di far parte del sentiero percorso da Camus, John Fante, per rimanere in Italia Ungaretti, e molti altri.
La signora monologa si svolge in Italia?
Per chi conosce un po' la Toscana riesce a identificare la descrizione delle colline, della campagna e del mare in toscana… Altrimenti potrebbe svolgersi in qualsiasi parte del mondo.
Anche Alida potrebbe svolgersi in qualsiasi città Africana?
Sì anche lì? chi conosce bene Asmara riesce subito a capire di che si parla, altrimenti sono situazioni ripetibili. Ad esempio, ultimamente sono stato a Napoli, nei quartieri Spagnoli? sembrava di essere nel quartiere di Alida. Ho voluto raccontare una storia che si svolge in un paese caldo. Non era mio intento parlare specificamente solo e soltanto dell'Eritrea.
Allora, Parliamone di Alida. Leggendo la prima parte di Alida, io ho pensato a un libro che poteva essere scritto da una femminista africana… Alida è un personaggio assolutamente rivoluzionario. Come ti è venuto in mente un personaggio come questo?
Come direbbe ogni scrittore il mio primo obiettivo era quello di raccontare un personaggio con un corpo, con sentimenti lontani da me, e questa una delle ragioni che mi ha fatto scegliere di raccontare attraverso Alida. Ma prima di questo, il personaggio di Alida mi è venuto incontro quando nel 1997 ero ritornato ad Asmara, e ho visto una ragazza che piangeva un parente che era morto ucciso da una macchina. In questo senso l'apertura del romanzo è quasi un pezzo di 'cronaca'. Il ruolo della donna nel mondo di oggi, in modo più o meno sottile, è ancora uno stato di svantaggio, questo ovunque. C'è una mia debolezza, nel libro. Ho fatto Alida bella. Non ho fatto una Alida brutta..
Secondo me, è abbastanza logico. Una Alida brutta che si oppone all'essere "oggetto"... La gente si farebbe facilmente una ragione. È quando una è bella, attraente, e quindi potrebbe diventare non un oggetto qualsiasi, ma oggetto prezioso, di lusso, che attira lo sguardo, il desiderio e le invidie… è lì che è difficile e quindi diventa anche eroica l'opposizione… No?
La bellezza non permette ad Alida di avere un percorso normale. Non riesce a camminare per la strada senza essere importunata? perde tanti posti di lavoro a causa della sua bellezza? Ciò che avrebbe dovuto essere una opportunità in più diventa quasi una condanna per lei.
Tu ci vai spesso in Eritrea?
No, ci vado di rado…
Queste donne, così sottomesse, che ripetono in continuazione che "la donna è l'ombra dell'uomo…" esistono ancora o sono solo un frutto della tua immaginazione?
Esistono e non soltanto in Eritrea. Chi è soggetto di una discriminazione, di uno pregiudizio quasi sempre collabora con il carnefice, e questo naturalmente non può avere un territorio preciso, fa parte del comportamento di tutti noi.
Ma anche donne della tua generazione?
Dipende degli ambienti. Dipende della condizione sociale e culturale? Se vai ad Asmara, come del resto in tutte le grandi città, queste cose sono quasi scomparse, ma più penetri nell'interno del paese verso nord e più ritrovi queste usanze. Ma anche qua, anche in Italia è così? In qualche modo, tutti gli stereotipi sulla donna sono condivisi in primo luogo dalle donne stesse. Anche se in modi più sottili esiste questa sottomissione "volontaria" che fa sì ad esempio che è la mamma a fare tutto in casa, perché convinta che è il suo dovere in quanto donna. Come ha sottolineato il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi, la parità fra uomo e donna è ancora a livello formale e non sostanziale.
Quindi nella prima parte c'è la Alida bella, sensibile e intelligente che si oppone all'ordine stabilito… e fin qua va bene ma nella seconda parte il quadro cambia del tutto. Come mai?
Nella seconda parte si svolge tutto più velocemente. Sarebbe stata una forzatura far diventare Alida una specie di eroina, come una Don Chichotte al femminile. Quindi ho preferito che pian piano lei non esista più. Scompare Alida dal racconto. Ricompare soltanto quando si abbassa il sipario sul finale. Le cose accadono e lei, in qualche modo, accetta quello che accade. Non reagisce più. C'è come una specie di stanchezza. Lei si era arresa già all'atto del matrimonio. Non sceglie di sposarsi ma subisce, non sceglie niente di quello che le succede.
In questa seconda parte, si entra in un altro mondo. mentre nella prima si era in quello dei poveri di chi subisce la situazione, nella seconda si entra nel mondo dei ricchi di quelli che tengono in mano la situazione. E lì non è soltanto Alida ad arrendersi ma ci sono anche quei giovani ricchi e potenti che si rendono conto dell'anomalia della situazione, della via senza sbocco seguita dal paese ma non fanno niente per cambiare le cose. Si lasciano trascinare. È un po' l'immagine di tutta l'Africa e dei paesi del sud in genere?
Per un atteggiamento personale cerco sempre di evitare ogni forma di generalizzazione, anche se temo che quello che dici possa essere vero.
In un passaggio ci sono i due amici ricchi che parlano della situazione del paese. Ma in realtà non è l'argomento principale. L'amico parla al marito di Alida della situazione del paese, della povertà, della necessita di cambiare le cose, soltanto per ritardare il momento in cui doveva annunciargli la brutta notizia personale. Ho voluto accennare alla situazione del paese proprio nel tentativo di stimolare una discussione che non mi era permessa di fare in un romanzo.
Pensare che tutti sono corrotti, che ogni uomo di stato è un approfittatore mi è difficile crederlo, anzi credo che siano in molti a lottare, a pagare in prima persona per affermare i valore della collettività. Ma spesso non si capisce più perché molti paesi sono condannati alla miseria se hanno un paese povero, più volte ho sentito che la colpa è la colonizzazione, la neocolonizzazione ecc, tutto questo non è irrilevante, ha una sua importanza, ma bisogna sostenere quelle persone di buon volontà che cominciano a dire che se la nostra gente sta male è anche in primo luogo responsabilità nostra. Vedi è da qualche tempo che lascio e riprendo un manoscritto, il titolo è 'CARO PRESIDENTE DEVI MORIRE', e non è solo una provocazione né un augurio. Credo fermamente che coloro che si prendono responsabilità pubbliche nei paesi del sud del mondo, devono avere la consapevolezza di essere pronti a morire, non che desiderano la morte. Questo perché uno dei miei miti è Giovanni Falcone, ecco credo che lui sapesse che il compito (la missione) che si era assunto comprendeva anche la morte. In questo senso spero che ogni presidente, ogni uomo politico, economico abbia la consapevolezza e sia pronto alla morte per il bene della collettività e del proprio paese.
Ma secondo le informazioni che hai, prendiamo il caso specifico dell'Eritrea, non c'è modo di uscire da questo sistema corrotto e corruttore che è al potere?
La dittatura non è fatta da una persona o solo da un gruppo di persone, ma da un insieme di interessi. Tornando alla tua domanda, mi è difficile parlare dell'Eritrea. Prima di tutto perché non ci vivo, e non conosco i componenti del governo provvisorio e inoltre ci sono molti elementi che hanno caratterizzato la storia dell'Eritrea dopo la liberazione che non possono essere spiegati facilmente. Però possiamo mettere alcuni punti fermi. L'attuale governo etiopico per un periodo ha lottato contro il dittatore etiopico (Meghistù) con il forte sostegno del governo provvisorio eritreo, che allora era l'esercito di liberazione del popolo eritreo. Mandato via il dittatore, dopo alcuni anni nel 1998 i due governi hanno iniziato la guerra. I motivi possono essere molteplici: lo sbocco al mare, il confine, il fatto che lo stato eritreo ha stampato la propria moneta ecc. Anche se il motivo ufficiale è la questione del confine, le vere motivazioni non sono né chiare né facilmente identificabili per me che non sono né uno storico né un politologo. Ma se mi permetti posso fare alcune considerazioni. Per prima cosa il governo provvisorio eritreo è l'unico, che io sappia, che ha compiuto questo gesto: una volta che l'esercito di liberazione per il popolo eritreo ha vinto contro il dittatore NON ha proclamato l'indipendenza dello stato, come hanno fatto tutti gli eserciti di liberazione, bensì ha fatto un referendum coinvolgendo anche gli eritrei che erano all'estero. Alla luce dei risultati ha proclamato l'indipendenza dell'Eritrea dall'Etiopia. La liberazione dell'Eritrea deve essere messa in relazione agli eventi storici che accadevano in quel periodo, come ad esempio la caduta del muro di Berlino. In secondo luogo, mi rifiuto di credere che il presidente Iseas Aforki sia diventato un dittatore, anche perché non mi interessa additare 'chi è e chi non lo è' senza conoscere bene il contesto in tutti i suoi aspetti. Ma una cosa è evidente: il governo provvisorio eritreo dura da 13, 14 anni, e un governo provvisorio di questa durata può essere definito senza cadere in errore una dittatura. Infine, come uomo e come eritreo mi chiedo, e non è retorica, se Iseas Aforki sia veramente il comandate in campo. Se fosse il comandate non solo ha perso un occasione per continuare la strada che aveva tracciato all'inizio, ma è diventato uno dei tanti che hanno lottato dando la vita per liberare il proprio paese per poi trasformarsi in un presidente a vita, e in questo non solo si perde tutta la lotta che ha fatto ma si uccide il futuro del paese. Il mio timore, e lo sento vivamente, è che a comandare il paese siano in pochissimi, i quali si sentono in diritto di fare tutto in nome della liberazione dell'Eritrea, ma per quanto mi riguarda se fosse così il loro atteggiamento lo vedo in questo modo: ammettiamo un uomo salvi una ragazza da un stupro, questo è un gesto lodevole. Ma se lo stesso uomo si sente in diritto di stuprare la ragazza salvata non può essere considerato meno stupratore del primo. Una delle conseguenze che vedo è il non dialogo tra gli eritrei che sono all'estero, in quanto si dividono tra chi è a favore e contrario al governo provvisorio. Questo atteggiamento è inutile ed è contro sia lo stato eritreo sia il popolo eritreo. È assolutamente necessario per il dialogo distinguere il governo eritreo dall'Eritrea. Criticare il governo non significa assolutamente essere contro lo stato eritreo, quindi non bisogna temere di parlare liberamente.
Bene torniamo a te. Come vedi questo tuo inizio nel mondo della scrittura?
Percorro il sentiero della scrittura da più di 20 anni. Il mio primo libro è uscito circa undici anni fa, e l'ultimo nel luglio 2006 appunto 'Alida'. Mi auguro vivamente di continuare questa avventura, anche se più volte dolorosa, in quanto è l'unico viaggio che mi appartiene per conoscere e in qualche modo rappresentare il genere umano. Questa nostra chiacchierata, che mi permette di parlare anche ad altri, la devo a questo sentiero che percorro ma anche a te, che non t'avrei incontrato se non avessi scritto.
