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Ferrara: 14° Convegno Nazionale Franco Argento

Il 16 Aprile prossimo parte a Ferrara il 14° Convegno Franco Argento culture e letteratura dei mondi, la manifestazione culturale e letteraria organizzata dal CIES di Ferrara e dall’Associazione Cittadini del Mondo.

In programma interbenti di Tahar Lamri, Mohammed Malih, Ribka Subhatu, Igiaba Scego, Antonio Distefano, Girolamo Di Michele, il gruppo multiversi e i ragazzi di Occhio ai media.

Ferrara – Portomaggiore 16 – 17 – 18 aprile 2015

14° Convegno Nazionale Franco Argento culture e letteratura dei mondi

Confini di luce (lichtgrenzen)

il molteplice abitare dell’immaginario

Dario Argento 2015

Programma Convegno 2015

Presentazione

Nel nuovo spazio fisico e sociale,

l’altro non è più altrove, ma è contiguo”

(Marc Augé, Il senso degli altri, Boringhieri, Torino, 2000)

CONFINI DI LUCE (lichtgrenzen)

Il 9 novembre 2014, in occasione dei 25 anni dalla caduta del muro di Berlino, è stata inaugurata l’opera creata dagli artisti Christopher e Marc Brauder: un’installazione luminosa lunga più di 15 chilometri che evoca il tracciato del muro, realizzata da 8000 palloncini luminosi gonfiati a elio sospesi a 2 metri dal suolo.
A questa lichtgrenze ci siamo ispirati per intitolare questa edizione del convegno; quei confini di luce ci sono parsi una efficace metafora dell’invito all’attraversamento di spazi, luoghi, culture, come alternativa “illuminata” alla chiusura, divisione, separazione che le frontiere propongono.
Questo invito all’attraversamento sembra essere raccolto in modo crescente oggi: da un lato, in modo macroscopico, dai milioni di individui che abbandonano il loro paese per ragioni di povertà o per sfuggire a guerre e persecuzioni, dall’altro, in maniera sempre più significativa, anche se non sempre statisticamente rilevante, dalle tante persone che per ragioni di lavoro o per scelte personali vivono vite all’incrocio di luoghi, culture, istituzioni diversi, e per le quali sembrano assumere un significato inedito questioni come nazionalità e integrazione.
Queste esperienze di uomini e donne sempre in transito, «fuori posto», (Edward Said) contribuiscono a rendere “ogni luogo e ogni linguaggio problematico, continuamente esposto alle interrogazioni che arrivano dall’altrove” (Iain Chambers).

Multilocalismo è l’espressione che la sociologia ha coniato per descrivere questi fenomeni.

MULTILOCALISMO: “il mantello di Arlecchino

Carlo Bordoni, sulla “Lettura”, supplemento del Corsera del 29 settembre 2013, parte da una definizione di multilocalismo visto nel suo aspetto sociale: viene definito come la coesistenza, nello stesso luogo, di identità e culture diverse, che non entrano in conflitto, perché rinunciano alla pretesa di legarsi, in maniera esclusiva, a quel territorio.
Come esempio Zygmunt Bauman cita una strada di Kiev, in cui ha assistito alla “contemporanea celebrazione di più matrimoni, tutti con riti diversi. Accanto a una chiesa cattolica c’erano una moschea, una sinagoga, una chiesa ortodossa e una evangelica. Tutte accomunate dallo stesso clima festoso.” In questo senso il Multilocalismo riguarda “diversi con la stessa patria” .
Questa coesistenza è una dei possibili esiti di una “crescente complessità in ambito locale”, come la definisce il sociologo francese Alain Touraine, per il quale, in situazioni del genere, si attenua pertanto anche il concetto di “integrazione”, visto che non c’è (o sembra non esserci) una comunità / cultura prevalente.
A questo significato sociale se ne può aggiungere anche uno individuale, riguardante l’identità personale: alle identità costruite nel luogo in cui viviamo, si aggiungono quelle dei luoghi che amiamo, magari non avendoli mai visti, una specie di ‘salgarizzazione’, di luoghi in cui siamo nati, o che altri ci hanno fatto conoscere.
Tutti noi siamo alla ricerca di radici. Ho capito, però, che in molti casi sono qualcosa di delicato e di sottile. In un paese nuovo, radice può essere anche il bar in cui vai a fare colazione ogni mattina. Può trattarsi di una finestra, dei resti di una parete in una città devastata dalla guerra,, di un albero, di un divano” dice Adriana Lisboa, autrice brasiliana del romanzo “Hanoi”.
Questo pluralismo non è, però, garanzia di apertura verso altre identità: può portare ad un’accettazione passiva dell’altro, senza avere rapporti con lui. Leggendo le parole di Bauman e notando il nome della città, Kiev, da lui scelta come esempio, viene da chiedersi come sia possibile, da una parte una convivenza festosa fra matrimoni di diversi culti, e dall’altra il cannoneggiamento fra ucraini e russi, portatori di valori culturali comuni, al di là delle diversità, finché è stata in piedi l’URSS.
Tornando ad esaminare l’origine di‘multilocalismo’, si sente in questo termine un ossimoro, come in ‘glocale’ (globale + locale); ma l’ossimoro, con la sua contaminazione, il suo meticciamento di parole diverse, contiene in sé la speranza e la prospettiva di un superamento delle contrapposizioni fra elementi che in genere si escludono irrimediabilmente, forzando i recinti (il povero ricco, il giovane vecchio) che li limitano.
Ossimoro, in greco, vuol dire ‘acuta follia’: una bella prospettiva per inventarsi il cambiamento.