Archivi autore: Redazione1

Intervista a Elvis Malaj, autore di “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”

Intervista realizzata da Sabina Darova, pubblicata sul sito MediatoreInterculturale.it

“Dal tuo terrazzo si vede casa mia”, è il titolo del libro del giovane scrittore albanese Elvis Malaj, pubblicato da poco dalla casa editrice Racconti edizioni.

Il libro raccoglie dodici racconti che percorrono il cammino dello scrittore fra due mondi, quello delle sue origini e quello in cui è cresciuto ed è diventato uomo. Un percorso alla ricerca dell’identità, partendo dal suo primo racconto, “Vorrei essere albanese”, e proseguendo con una serie di racconti- incontri – una galleria ricca di personaggi italiani e albanesi, che cercano di scoprirsi e trovare un linguaggio comune.

La lingua che usa lo scrittore è schietta, diretta, ironica e semplice. Lui arriva diretto nel cuore, caratteristica forse anche del temperamento vivace del suo essere albanese.

Il libro di Elvis Malaj è un invito a bere un caffè sul terrazzo e di scoprire non quanto siamo diversi, ma quanto siamo simili, come precisa lui durante l’intervista; quanto ci accomunano i pregi e i difetti, i desideri e le idee; ma ancora di più, come costruire dei ponti che ci legano.

Con Elvis ci siamo trovati, appunto, per assaporare il profumo del caffé turco, tanto bevuto in Albania, e per scambiare due pensieri.

Sabina Darova: L’ironia è un ingrediente importante del romanzo, quindi chiede una certa distanza (emotiva, culturale, affettiva) dall’oggetto rappresentato. Per uno straniero è la condizione migliore per raccontare il mondo?

Elvis Malaj: Lo scrittore per natura è uno straniero. Straniero nel senso di estraneo, che non dà per scontato il mondo intorno a lui, lo osserva con occhi nuovi, capace di vederne le contraddizioni e raccontarle. Straniero anche nel senso della distanza, che è il miglior approccio per osservare senza essere coinvolti o essere di parte. Adesso non tutti gli stranieri sono scrittori né tutti gli scrittori sono stranieri, ma il fatto di essere emigrato ti pone nella condizione di essere un po’ a metà, a metà tra il paese d’origine e quello ospitante, a metà tra due mondi. Non essere del tutto né da una parte né dall’altra, un po’ estraneo, quindi a distanza. Distanza che si cerca di colmare con l’ironia.

SD.: Che cosa significa trovarsi bene o male in un posto (paese)? Nella tua adolescenza è mancato qualcosa? Se si, che cosa?

EM.: Uno dei pregi della letteratura è che ti permette di raccontare cose che non conosci. Non è un dare risposte, ma un porre domande. Porre domande non solo al lettore, ma a se stessi in primo luogo. Si può essere felici semplicemente cambiando paese? Per me è stato così? Questa è una delle domande che, nel libro, mi pongo e pongo.

Quando chiedi della mia adolescenza penso che ti riferisca al pezzo uscito su il Libraio, in cui ne parlo. Comunque, io non giungerei alla conclusione che sia mancato qualcosa. Di sicuro non è stato un periodo molto felice, ma forse era giusto così.

SD.: La critica si è espressa molto positiva. Dicono che percorri il confine tra il mondo del passato (in Albania) e quello del presente come un equilibrista. Se sì, dopo come ci si esce dopo? Trasformati o ancora come prima, uguali?

EM.: Si rimane sempre gli stessi, solo che con una consapevolezza nuova. C’è una cosa che sto notando: quando scrivi un libro, ti rendi conto veramente di ciò che hai scritto solo dopo un po’ di tempo che l’hai pubblicato. Solo adesso sto cominciando a capire cosa ho scritto.

SD.: Nel racconto “Scarpe”, le scarpe sono oggetto della strettezza, come le regole della vita adulta che bisogna rispettare. Per un albanese ribelle, come viene vissuto? Nella tua vita personale o da scrittore, che rapporti hai avuto con le regole?

EM.: La mia fase di ribelle, quella in cui senti il bisogno di ribellarti a prescindere, l’ho attraversata intorno ai 17-18 anni. Solo che per un albanese maschio di quell’età non è che ci siano tante regole o restrizioni a cui ribellarsi, cosa che non si può dire lo stesso di mia sorella che, invece, ha dovuto affrontare le sue battaglie. Comunque sia, quel senso di ribellione dovevo riversarlo su qualcosa e lo riversavo sull’arte, infatti quello è il periodo dei graffiti, di cui uno dei miei marchi di fabbrica era il dito medio. Ma che vuoi farci, ero giovane. Come disse Gesù Cristo, chi non è mai stato giovane scagli la pietra.

SD.: Nel racconto “Il televisore” , un racconto quasi grottesco, metti in confronto con la luce contrastante i due mondi, quello tradizionale tipico dell’albanese e gli atteggiamenti spregiudicati dell’italiano/a però, esprimi anche la delusione dell’immigrato: ” Io non ci rimango in questo paese, finisco di pagare il mutuo e me ne torno in Albania. L’Italia mi sta facendo diventare la figlia puttana e il figlio frocio“.
Un affermazione forte. Lo pensano così? Esiste un conflitto tra le due generazioni?

EM.: Purtroppo l’esperienza mi dice che c’è gente che la pensa così. Un mio conoscente kosovaro (kosovari e albanesi siamo sempre shqipetar) non portava la sua famiglia in Italia perché era convinto che una volta qui avrebbero preso le abitudini degli italiani, che a suo dire sono moralmente inaccettabili. Una cosa assurda. Comunque, per fortuna è un caso estremo e isolato. Lo scontro e il conflitto tra le generazioni, che a volte avviene in maniera pacata e altre un po’ più violenta, c’è ed è giusto che ci sia, perché prima dell’identità culturale, etnica eccetera viene l’identità individuale. Una persona prima di tutto è se stessa, poi è albanese, italiana o qualunque sia la sua provenienza.

SD.: Quali sono i tuoi rapporti con la lettura contemporanea albanese? Hai qualche nome che ti è caro? Leggi anche nella lingua madre?

EM.: Ammetto di non essere un grande conoscitore della letteratura contemporanea albanese, ma un nome che leggo volentieri è Ornela Vorpsi. Cerco di leggere in albanese, ma ogni tanto pecco e non leggo quanto vorrei.

SD.: “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”  è un invito a bere un caffé insieme, “tu e io”, così vicini e così diversi? Che cosa si può interscambiare ?

EM.: Sì, è un invito a bere un caffè insieme, ma non per scoprire quanto siamo diversi, ma per scoprire quanto siamo simili. È questo il primo passo per capire ciò che ci differenzia, ossia capire ciò che ci accomuna. A quel punto le nostre diversità non sono più motivo di diffidenza e di sospetto, ma una ricchezza culturale e può avvenire l’interscambio, la contaminazione, il confronto, il piacere di scoprire l’altro diverso da te.

SD.: Raccontare pubblicamente i difetti dei connazionali… come l’hanno preso la famiglia e i tuoi coetanei?

EM.: Io posso raccontare i difetti dei connazionali e in alcuni casi degli italiani perché l’intento dei miei racconti non è di raccontare i difetti di nessuno. Nei miei racconti, se viene puntato il dito contro qualcuno è sempre contro i miei personaggi (a volte anche contro me stesso), mai contro la società, gli albanesi, gli italiani ecc.

Quelli che possono godere dei benefici dell’autoironia l’hanno presa bene, qualcun altro non tanto. Il racconto su cui ho ricevuto aspre critiche, quasi minacce, è “La vergine Maria”.

SD.: Per gli albanesi di oggi, diventare genitore  o come crescere i figli (dal racconto “A pritni miq”), ha ancora un’importanza secondaria? Secondo te, la mentalità maschile si è emancipata?

EM.:Nel racconto in questione c’è un’altra frase importante: “Serviva una certa dose di sconsideratezza per mettere al mondo figli”. Che, in realtà, non vuole essere una critica ma un elogio agli albanesi, perché forse non si è mai veramente pronti o preparati per essere genitori.

Se la mentalità maschile si è emancipata? Beh, non quanto quella femminile.

SD.: Riscrivere le “distanze ” tra un paio d’anni come sarà? Esisteranno ancora o il mare sarà rotondo?

Le distanze continueranno ad esistere ma, spero, si saranno ridotte, com’è nell’intento dei miei racconti. Il mare è rotondo, però non basta perché le vere distanze non sono quelle fisiche. Le vere distanze sono quelle che mettiamo noi con il sospetto, il pregiudizio, intolleranza, diffidenza e la paura verso il prossimo.

Recensione N. 34: “Alida” (II° ed.) di Brhan Tesfai

Alida, di Brhan Tesfai, si presenta più elegante, con una bella copertina, un carattere più leggibile, una impaginazione più confortevole. Come oggetto e come editing la nuova edizione è di sicuro molto più curata della prima. La storia rimane, grosso modo, la stessa. Con una metà più mistica e rivoluzionariain e una seconda metà, invece, più terrena Per saperne di più

“Aspettano di essere fatti uguali”. Laboratorio di scrittura creativa interculturale

“Aspettano di essere fatti uguali”. Dialogare con l’altro è il tema del laboratorio di scrittura interculturale, che si svolgerà (in collaborazione con l’Associazione Eks&Tra) dal febbraio 2018 presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna, coordinato dal prof. Fulvio Pezzarossa. Le iscrizioni sono aperte dal gennaio 2018. Per saperne di più

Autori e opere del 2017

L’anno 2017 ha visto una discreta produzione letteraria degli autori immigrati (o figli di immigrati). La produzione è in calo da qualche anno, ma solo in sensi quantitativi. Invece la qualità si mantiene ad un ottimo livello. E mentre alcuni … Per saperne di più