Archivio Mensile: novembre 2007

Recensione N.21: Clandestination di Kiril Maritchkov

A cura di Karim Metref

“La città era completamente deserta. Nessuna traccia di vita. Nessun movimento. Era vuota. Sgombra Nuda. Come se ogni essere vivente dell’intero universo fosse somparso improvvisamente nel nulla; sparito per sempre; dematerializzato, lasciandosi alle spalle solo una calma surreale e un gelido silenzio.”

clandestinationTutto comincia con un sogno. Un sogno bello ma inquietante, come quello che il protagonista, Ivan, ha seguito da un vecchio appartamento borghese primo novecentesco a Sofia per arrivare in una baracca fangosa e maleodorante sulla sponda del Tevere.

Il romanzo Clandestination è un romanzo atipico. Non è l’autobiografia o la testimonianza di qualcuno che ha vissuto il percorso descritto nel libro. E una descrizione esterna di qualcuno che con l’immigrazione ci ha solo lavorato.

In effetti non si può dire che l’autore è un immigrato classico. Kiril Maritchkov, nato a Sofia (Bulgaria) nel 1973, arriva in Italia nel 1994 in seguito al nonno, il primo Ambasciatore della Bulgaria presso la Santa Sede e l’Ordine di Malta. Frequenta l’Accademia delle Belle Arti a Roma e si Laurea in Giurisprudenza nel 2002. Dal 2002 al 2005 lavora come legale dell’Ambasciata della Repubblica di Bulgaria. Dal 2005 è Rappresentante della Bulgarian Industrial Association in Italia e lavora come Legale specializzato in Diritto Internazionale.

Un percorso da privileggiato. Il piu lontano possibile dagli ambienti descritti nel libro. Eppure il realismo del libro è stravolgente. Le situzioni sono prendenti, i personaggi molto veri, naturali, come funghi raccolti freschi dal lettame.

Ma rileggendo il percorso professionale di Maritchkov si capisce da dove vengono questi personnagi, queste situazioni così reali. Lavorando come avvocato, non è raro imbattersi in situazioni degne di un romanzo. Basta saper raccogliere. E in questo romanzo, bisogna dire che l’autore l’ha saputo fare.

Ivan è un nome qualunque portato da un ragazzo qualunque. Uno né fortunato né del tutto sfortunato. La vita all’inizio non l’ha troppo maltrattato. Un ragazzo talmente comune da diventare un simbolo. Simbolo dei giovani bulgari (o addirittura est europei) di oggi. Anche la sua origine è simbolica: viene dalla profonda campagna da una regione che viveva (e moriva anche ) grazie all’industria chimica militare. Figlio di un responsabile locale della polizia politica, fedelissimo al regime, e di una ragazza rifugiata lì, in quel posto sperduto, dopo aver subito un tentativo di stupro da parte del figlio viziato del dittatore.

Ivan dopo la morte dei suoi si rifugia a Sofia e studia fino a diventare architetto. Bell’inizio, si potrebbe dire. Ma è un inizio che non porta da nessuna parte. Il paese entra nella sua fase ultra liberale e non offre ai suoi giovani niente di interessante. L’ora è al guadagno facile, ai nuovi ricchi che ostentano i loro soldi sporchi senza nessun ritegno. Il lavoro onesto rende poco. Chi non ha voglia di saccheggiare il proprio paese, come fa la nuova borghesia, si mette a guardarsi attorno per andare altrove.

Ivan improvvisamente decide di partire attratto da una offerta, l’occasione della sua vita. O è almeno quello che pensava. Quella occasione lo porta direttamente verso l’altra metà del suo calvario: quella peggiore. Da simbolo della gioventù est europea smarrita nella sua terra, Ivan diventa simbolo delle vittime dello specchio delle allodole occidentale.

Nella storia, Maritchkov concentra tutta le sfortune dell’immigrazione nella pelle del povero Ivan. Truffato dai trafficanti di immigrati, costretto a lavorare nei lavori più duri e più sporchi, sfruttato dai caporali e dalla malavita, costretto a battersi con un altro affamato per un posto di lavoro abusivo sulla strada, a prostituirsi, a dormire nei luoghi più insalubri che possano esistere, coinvolto in un crimine di sangue di cui è accusato senza poter difendersi… Infine finisce per cadere nelle mani della malavita.

Per rimanere nell’atmosfera del libro si potrebbe dire che è “un concentrato di sfiga”.

Inizia tutto con un sogno. “Ivan si guard? attorno. Era in piedi, al centro di una gigantesca piazza neorinascimentale di prospettiva perfetta.” Un sogno inquietante ma innocuo ma va a finire nel peggiore degli incubi. Un viaggio durato pochi anni ma che sembra un’eternità. Ivan ne esce vecchio, rotto nel suo più profondo.

Ci vuole probabilmente tutto quello cha ha subito Ivan perché un immigrato accetti di affrontare la sua paura piu’ grande: il ritorno a casa a mani vuote.

“Tornava nella sua terra. Perchè non gli inmportava piu se era bella o brutta, ricca o povera: era unica. (…) era l? che aveva deciso che fosse il suo posto. (…)

Chiuse gli occhi e si abbandonò al cupo rombo dei motori. Poi fece una preghiera. Per tutte quelle persone insignificanti ed invisibili – l’esercito di degli immigrati clandestini – che stringono i denti nella povertà e nella limitazione, lontani da casa, respirando la polvere dei cantieri, costretti ad inghiottire le ingiustizie per salvare il loro piccolo mondo – quel mondo intorno ad ognuno di essi- che alla fine vale molto di piu di tutto il resto. Almeno per loro.”

 

Clandestination.  Maritchkov Kiril. Sovera edizioni, 2005, Pp. 319, Euro 20,00 Isbn: 88-8124-519-1