Monthly Archives: settembre 2007

Recensione N.17: “L’Argonauta” di Milton Fernandez

A cura di Mihaela Dimitriu

Per primo la paura, la paura come un guscio che stringe, costringe, toglie il respiro all’anima.”La paura si può toccare”, mi disse, “è come un lenzuolo di gomma che ti avvolge. È un lago che ti s’infila dentro da tutti i pori e tu te ne stai lì, affogando irrimediabilmente, mentre ti vedi galleggiare intorno pezzi di carne, di pelle, di muscoli che una volta furono tuoi, spazzati, annullati, cancellati per sempre da un colpo secco di pennarello blu”.

argonautaPoi l’amore, l’amore e la passione che sembrano riavviare il mondo, ma la paura c’è ancora, la paura c’è sempre, magari non quella dello spirito, ma una più umana, la paura di quello che finalmente possiede qualcosa: la paura di perdere. “L’Argonauta” apre le porte al buio delle torture e degli orrori del fascismo e dell’estremismo in genere, per poi farci cadere nel vuoto, nel niente dell’esistere, del non esistere, ci fa conoscere il mondo dell’immigrante, della dolorosa, ridicola, assurda carenza d’identità del clandestino.

Julio Machado confessa, rinfacciando con ingenua sincerità al mondo il suo destino. Il mondo è come un albero e le sue foglie siamo noi. A volte ci illudiamo di poter riattaccarci ad un altro albero, ma non c’è niente da fare una volta che abbiamo cominciato a volare. Apparteniamo all’aria, come Machado. Il suo salto nel vuoto è suscitato da un omicidio. Dopo, niente, nemmeno un nuovo inizio lo potrà salvare. L’argonauta parte alla conquista dell’amore e della vita, ma si ritroverà da solo, con i ricordi, a non credere all’ironia del suo proprio destino.

Chi è Julio Machado? Julio potrebbe essere ognuno di noi. Chiunque abbia spezzato un legame da qualche parte per riuscire a scappare, a liberarci dalla paura, dalla povertà o dall’ingiustizia. Julio non è un disadattato, è piuttosto un “compiacente” che si rende conto che nella sua vita c’è qualcosa che non funziona, pur non sapendo che cosa. Silvia è quella che lo farà capire, che lo farà desiderare di più. Il problema di Julio è che niente è quello che sembra, tutto è sfacciatamente contraffatto: il regime, il lavoro, Silvia che non è Silvia, ma Estella. La sua vita è un capogiro, un girotondo pazzesco tra la realtà e il sogno, tra l’illusione di una vita tranquilla e la passione scatenata. Estella scuote il suo mondo. L’amore invece gli da il coraggio di ribellarsi, da una parte, ma, dall’altra, lo sottomette, comanda la sua vita ed è per quello che una volta perso l’amore, Julio perde anche il controllo.

E poi, ci sono tante altre cose, l’ironia e la verità che punge fino a provocare il dolore di chi legge, la poesia e il romanticismo che fanno sognare, la delusione, la morte… ma soprattutto la vita nuda, svestita da tutti gli ideali zozzi e oltrepassati…

 

L’argonauta, Milton Fernandez, Editore: Traccediverse – 2007 pp. , 11,00 € ISBN: 88-89862-36-x

Recensione N.16: “I sessanta nomi dell’amore” di Tahar Lamri

A cura di Francesca Chiarla

Chi conosce Tahar Lamri non può ignorare l’importanza che l’autore algerino conferisce alla scrittura e, soprattutto, a ciò che significa la scelta dello scrivere in una lingua straniera per l’ “io scisso” di chi, pur non possedendo l’italiano come lingua madre, la assume come lingua letteraria. Spesso, nei suoi interventi e nelle sue interviste, lo scrittore ha posto l’attenzione sul significato più profondo di questo atto letterario che riconduce al desiderio ed all’illusione di aver messo radici che hanno la caratteristica di essere superficiali come quelle della mangrovia “sempre sulla linea di confine, che separa l’acqua dolce della memoria, da quella salata del vivere quotidiano” costruendo nuovi linguaggi a partire da una mescolanza di voci che conferiscono all’italiano altre tonalità e sfumature.

sessantanomi1Anche nel libro “I sessanta nomi dell’amore”, la lingua e la scrittura sono le protagoniste della corrispondenza telematica fra una scrittrice italiana ed un letterato maghrebino che fa da sfondo e da collante ai racconti di cui è composto il testo che, per le tematiche scelte, dà un quadro generale di tutto quel bagaglio personale e culturale che qualsiasi migrante porta con sé.

Il primo contatto fra Elena e Tayeb, i protagonisti attorno ai quali si costruisce il testo, avviene proprio a causa di un dubbio linguistico dal quale prende il via uno scambio di idee ed opinioni che man mano assumerà un carattere confidenziale fino a spostarsi su un piano più personale per coinvolgerli in una relazione vissuta e sviscerata attraverso la magia della parola:”…sono in ascolto, avverto le vibrazioni, sento cosa mi dici, leggo i tuoi verbi ed i tuoi aggettivi, lettura fata aspetto la loro lenta incisione in me…” (p.103). Inoltre, la relazione amorosa serve all’autore per porre l’accento su quelle tematiche esistenziali legate all’esperienza migratoria che riassumono lo scontro prima e la mescolanza poi fra Oriente ed Occidente: “…lo straniero conosce “in vita” l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi e altri pensieri” (p.41).

Alla luce del viaggio che l’ “io migrante” compie partendo dalla propria cultura d’origine per arrivare alla cultura del paese che lo accoglie, Tahar Lamri affronta, nei racconti raccolti in questo testo, le tematiche più svariate che vanno dalla descrizione delle tradizioni ed usanze della sua terra che affondano le loro radici nella storia del popolo Tuareg e nel rispetto delle leggi del Corano ai sentimenti di chi arriva e,come un assetato in cerca del suo miraggio,vive l’ansia dell’integrazione a tutti i costi o di chi, più disincantato, ironizza sugli stereotipi inflitti dalla società e legge l’Italia per ciò che è sempre stata, ovvero un recipiente che ha raccolto culture, tradizioni e lingue differenti.

Meritano un approfondimento particolare i due racconti “Solo allora, sono certo, potrò capire” vincitore della prima edizione del Concorso letterario Eks&Tra e “Il pellegrinaggio della voce” per la scelta delle tematiche affrontate e per l’originalità nel parlare dell’incontro/scontro fra culture diverse. Nel primo racconto, lo scrittore descrive in modo efficace le differenze di prospettiva fra un immigrato di prima generazione stabilitosi in Svezia ed un immigrato di seconda generazione nato in Francia da genitori algerini che si ritrovano a condividere parte del loro viaggio di ritorno alla terra d’origine. Mentre da un lato ritroviamo il tipico atteggiamento disfattista di chi ha lasciato tutto per rifarsi una vita in un altro paese, dall’altro c’è il desiderio forte di conoscere le proprie radici che, in nome dell’integrazione, sono sempre state celate ed omesse. Questo argomento, spesso analizzato da scrittori migranti in altre realtà europee, pone il suo accento su come il desiderio di integrazione dei padri abbia portato i figli a condurre un viaggio a ritroso nel proprio passato per conoscere quelle tradizioni che sono parte di quell’ identità scissa, spesso causa di una condizione di non appartenenza: “A mio figlio…lo sai avevo deciso di non insegnare né l’arabo né il berbero, ma dopo dieci anni che veniamo in questo paese, ha imparato tutte queste lingue e adesso sogna di studiare lingue orientali..” (p.22).

Nel racconto “Il pellegrinaggio della voce”, il parallelo fra la tradizione orale araba e quella italiana si amplia ed arriva ben oltre attraverso l’utilizzo del dialetto mantovano per celebrare non la ridondante lingua italiana del Manzoni, piutosto quella “assediata e ferita” da nuovi elementi stilistici che danno spazio a nuove forme di espressione. La figura romantica e mitica del cantastorie ripercorre in questo testo paesi e culture in modo trasversale, forse per ricordare e sottolineare l’esigenza di tutti di avere narratori che, come il baobab quando è spoglio, sembrano “avere le radici per aria”. E proprio nella personalità eccentrica di questo personaggio, lo scrittore fa convergere due culture che sembrano diametralmente opposte, quella araba e quella italiana, ritornando ad un passato non molto distante che le avvicina: “Nella terra di mio padre i cortili non sono diversi dalle vostre aie, luoghi dello scambio e dei sentimenti. Luoghi delle risa e dei pianti. Nella vostra aia c’era la cattedrale quercia e nel mio cortile c’era la moschea palma. Come vedete, sono uguali e diversi, come due gemelli, questi nostri parenti.” (p.93).

Giunti alla fine del libro, davvero possiamo dire che l’amore è presente fra le sue pagine; dalla relazione passionale che conosciamo attraverso uno scambio di e-mails al ricordo malinconico della propria terra d’origine fino alle aspettative di chi approda in un paese straniero. Ed ecco che nasce la necessità di auto-narrarsi per non essere fraintesi, per parlare e non essere parlati e per sentirsi finalmente parte di un presente mutevole che tutti, con le nostre differenze, contribuiamo a rendere più ricco e più libero.

La scelta dell’italiano per lo scrittore migrante si introduce proprio nel discorso del bisogno di essere ascoltati in una lingua che, non essendo quella di nascita, libera dagli stereotipi e dà voce a ciò che normalmente rimarrebbe confinato all’ambito personale e confidenziale. In questo modo, il testo ci parla di un altro tipo di amore che nasce dal desiderio di conoscere così a fondo questa lingua che la si può fare propria a tal punto da dimenticarci di lei ed usarla liberamente come strumento di espressione.

 

I sessanta nomi dell’amore, Tahar Lamri, Editore: Traccediverse; Collana:Mangrovie; 12 euro. Isbn: isbn 8889862351

 

 

Recensione N.15: “Voglio un marito italiano” di Marina Sorina

A cura di Viorel Boldis

Quando per la prima volta ho sentito parlare di questo romanzo di Marina Sorina: “Voglio un marito italiano” Edizioni Il Punto D’incontro 2006, e ho visto la sua copertina, istintivamente l’ho catalogato come “roba facile”, una scorciatoia per arrivare nei cuori (e nelle tasche!) dei maschi italiani, quelli ormai, diciamolo pure, passati nelle file degli ‘anta i quali, poverini, fanno fatica ad accedere alla pregiata merce autoctona.

vogliomaritoQuando però, ho aperto … il romanzo (stavo per scrivere … quelle gambe!) spinto dalla curiosità che tante volte mi ha fatto sprecare soldi per cose inutili, e mi sono immerso nella sua lettura, ho dovuto ricredermi: la storia che il romanzo narra non c’entra quasi niente né con il titolo, né tanto meno con la copertina, anche se, ammettiamolo pure, quelle gambe attirano lo sguardo ma sono un po’ storte, (ecco perché tante volte le scelte delle case editrici rovinano già in partenza un libro).

Può darsi io non riesca ad essere obbiettivo nel giudicare questo romanzo, avendo già vissuto sulla propria pelle tante delle esperienze di Svetlana , la protagonista della storia. Mi sono ritrovato e commosso tra le sue pagine, nelle sventure della povera Svetlana, nei suoi sogni, nella sua ingenuità, nella sua incapacità di capire e di farsi capire. Mi sono ritrovato anche negli austeri condomini di matrice sovietica, e nello squallido commercio transfrontaliero dove si vende e si compra la sovrabbondanza del mondo capitalista. Mi sono ritrovato anche nella ruvidità di quei padri spesso ubriachi e troppo spesso violenti. Mi sono ritrovato e mi sono commosso. Si dice che il maschio dell’Est non si commuove mai. Balle!

Forse la costante che più caratterizza la cosiddetta letteratura della migrazione è la sua natura prevalentemente autobiografica. Eppure, io non sono molto sicuro che la storia di Svetlana sia in realtà la storia di Marina Sorina (con l’accento sulla o, tiene a precisare sempre Marina, per la quale la pronuncia corretta del nome è un segno di rispetto). In realtà lo dice proprio lei: << la sua voce (quella di Svetlana) è quella di migliaia di altre donne dell’Est, che vivono in Italia custodendo in silenzio il prezzo del nuovo destino che hanno scelto>>.

Sono d’accordo con Marina, con una piccola differenza: non credo che siano loro, le donne del’Est, e neanche noi, tutti noi emigranti sperduti nel mondo, a scegliere il nostro destino. C’è sempre qualcosa dietro le nostre scelte, qualcosa che, in qualche modo ci obbliga a prendere una decisione cosi radicale, altrimenti non vedo perché uno lasci la sua casa, la sua terra, la sua famiglia, i suoi amici, la sua vita, e si avventuri a “cercar pane in lidi ignoti” come scriveva Edmondo de Amicis in una poesia, parlando, in quel caso, degli emigranti italiani.

Spesso negli incontri con i lettori, agli scrittori migranti gli si chiedono perché hanno scelto di scrivere in italiano. Domanda sbagliata! Secondo me non sono gli scrittori a scegliere la lingua nella quale esprimersi, semmai è la lingua nella quale essi abitano che gli “obbliga” ad usarla. È normale e logico, se uno vive in Italia e ha qualcosa da dire lo deve dire, o scrivere, in italiano e non in turco, altrimenti chi lo starebbe a sentire?

Marina Sorina è nata in Ucraina da genitori ebrei e parla quasi sempre il russo (in realtà parla cinque lingue). Secondo voi, perché “ha scelto” di scrivere il suo romanzo in italiano e non in russo o qualche altra lingua che conosce?

Io credo che Marina Sorina, ucraina di origini ebree, che ha studiato in russo a Mosca, in ebreo a Gerusalemme e si è laureata in lingue in Italia, potrebbe riservarci delle belle sorprese in futuro. Forse questo titolo e questa copertina la nasconde per ora alla critica letteraria che “conta”, ma, chi sa, magari qualche critico passato agli ‘anta …!

 

Voglio un marito italiano. Dall’Est per amore?” Marina Sorina; Editore: Il Punto d’Incontro, 2006; Collana: Donne in corsivo; Pp. 295; € 14.90, ISBN: 8880935178