Monthly Archives: luglio 2007

Recensione N.14: “L’argonauta” Di Milton Fernandez

A cura di Francesca Chiarla

Alla voce “argonauta” nel Dizionario della Lingua Italiana, oltre all’etimologia della parola composta dal greco argo, veloce e nauta, navigante, compaiono il suo significato mitologico gli Argonauti erano, infatti, i marinai della nave Argo guidata da Giasone, seguito dal suo significato zoologico che indica come argonauta un simpatico mollusco con otto tentacoli ed una conchiglia che usa come barca per navigare durante i periodi in cui il mare è più calmo.

argonautaE “L’Argonauta” è il titolo che Milton Fernandez sceglie per il suo romanzo proprio a sottolineare la posizione di eterni navigatori che tutti i personaggi del testo sembrano incarnare e vivere nella loro condizione di esiliati. Lo scrittore, uruguaiano di nascita e in Italia dal 1985, rievoca il periodo feroce della dittatura militare, durata in Uruguay dal 1973 al 1984, attraverso le scelte politiche di Estela giovane militante di sinistra che porterà alla realtà dell’esilio Julio, protagonista e voce narrante del testo in continua lotta con se stesso, non tanto per un problema di identità scissa, ma a causa della propria presa di coscienza in divenire. Egli rappresenta quella generazione di giovani fuggiti da un contesto sociale disumano che, nella sopravvivenza dell’esilio, continuano a soffrire a causa della memoria che li insegue, li chiama e non li lascia vivere: “Ecco, il telefono, appunto. Questa presenza opprimente, molesta che non ci permette di tagliare neppure uno dei dannati ponti, di bruciare le navi, di dare la schiena al tempo consumato, stantio, alle che avremmo voluto non vedere mai, alle parole di cui avremmo fatto volentieri a meno…”(pagg.162/163).

Il tema della memoria ci riconduce, inevitabilmente, al tema della paura così fortemente presente in questo testo che giunge ad indurre dolore fisico al protagonista e che viene visualizzato e descritto con straordinaria ricercatezza; alcune volte, quindi, la paura ti può affogare e può stringere lo stomaco in una morsa o ti blocca e ti annulla come essere umano, ma altre volte si spinge al di là del decifrabile e del comprensibile: “La paura è la sintesi di se stessa, il proprio clone, un’immagine sdoppiata. Paura della paura. Paura di cedere alla paura. Paura di vincere la paura.” (pag. 159). Se da un lato questa tematica fa da sfondo a tutte le vicende reali e psicologiche sulle quali è costruito il romanzo è evidente che diventa centrale soprattutto nella prima parte ambientata in una Montevideo schiacciata da una di quelle feroci dittature che per anni hanno tristemente accomunato diversi paesi dell’America latina.

Anche se tutta la narrazione è caratterizzata da toni drammatici, ad un certo punto, l’autore sembra dare una risposta alle domande esistenziali, legate ad una situazione umana limite, che il protagonista con frenesia continua a porsi utilizzando un interlocutore che immaginiamo possa essere uno psicoterapeuta. La soluzione alla paura arriva attraverso personaggi e brani della mitologia greca e più nello specifico attraverso la figura di Ettore che, nell’Iliade, scegliendo di battersi contro Achille, affronta le proprie paure e diventa invincibile. Julio arriverà a guardare in faccia le sue paure solo lontano dalla terra natale, in una città difficile come Milano nella quale si trova a ricoprire la scomoda condizione dell’immigrato che Fernandez interpreta con pungente efficacia come “avanzo di umanità di seconda scelta che mendica il permesso di esistere”. In un ambiente estraneo ed ostile come questo, il protagonista ricorre alla figura mitologica di Tritone che invoca come una sorta di alter ego ogni volta in cui si impone di andare avanti, di camminare per non pensare e per sentire di esserci ancora; non a caso Tritone è quella figura mitica che indica a Giasone e agli Argonauti la rotta da seguire nella loro missione alla conquista del vello d’oro.

Un altro aspetto sul quale vale la pena spendere alcune parole è la scelta di un linguaggio ricercato che analizza il significato di parole che non appartengono alla lingua madre dello scrittore, ma che egli sa utilizzare e “domare” per esprimere sensazioni e descrivere luoghi giunti direttamente da angoli bui della memoria. Quindi, a capitoli che raccontano la storia nel suo susseguirsi di fatti si alternano parti in cui i sentimenti ed i pensieri del protagonista invadono con forza la mente del lettore che palpita ad ogni virgola e tira un sospiro di sollievo ad ogni punto esclamativo ed altre parti, quasi scritte in versi e senza punteggiatura per le quali è stato scelto il carattere corsivo forse per suggerire la loro appartenenza ad una dimensione onirica e quasi visionaria che sembra rievocare nella sua simbologia complessa e poco immediata la più famosa “Ballad of the Ancient Mariner” di T.S. Coleridge.

Il libro si conclude con un nuovo dilemma per il protagonista; dopo la gioia dell’annuncio della fine della dittatura in Uruguay, bisogna fare la scelta se restare in un paese dove si è e si sarà sempre ospiti o ritornare in una terra idealizzata che, probabilmente, si è trasformata diventando, per alcuni aspetti, una terra sconosciuta. Ed ecco qui uscire fuori tutte le incertezze e le paure di questa generazione di giovani che mai avrebbero creduto che il pensiero del ritorno potesse essere così doloroso e che, forse per la prima volta nella loro vita, si trovano a dover prendere una decisione non dettata dalla necessità di sopravvivenza: “Ci si ritrovava fragili e sperduti, come non avremmo mai immaginato, con l’ansia di non essere più all’altezza, un senso diffuso di inutilità….il timore di non essere più capaci di adattarci ai cambiamenti” (pag. 166). Ed il nostro protagonista sembra fare proprie queste sensazioni ed incarnare fino in fondo l’impossibilità e l’incapacità del ritorno tradotte dalla crudeltà e drammaticità di un atto estremo per cancellare il passato ed il suo paese e dalla presa di coscienza della sua “non appartenenza” a nessuna realtà e a nessun luogo: “Dice il tale che bisogna ricrearsi il mondo. Una parola! Io gli dico che prima o poi, qualcuno dovrà fondare un mondo nuovo per gente come noi rimasta a metà di tutto” (pag.180).

 

L’argonauta, Milton Fernandez, Editore: Traccediverse – 2007 pp. , 11,00 € ISBN: 88-89862-36-x

Recensione N.13: “Rhoda” di Igiaba Scego

A cura di Francesca Chiarla

rhodaIn questo primo romanzo della scrittrice italo-somala Igiaba Scego, alcune delle tematiche affrontate attraverso la vita e le parole delle tre protagoniste rimandano ai testi di altri scrittori definiti di seconda generazione che, in altri contesti sociali e storici europei, hanno raccontato le gioie ed i dolori delle loro identità scisse; basti pensare a “Il Budda delle periferie” di Hanif Kureishi o al più recente “Denti bianchi” della anglo-giamaicana Zadie Smith. Così come per questi due autori testimoni di quella nuova società inglese nata dall’incontro e dallo scambio di culture differenti, l’identità e, soprattutto, la ricerca dell’identità diventa uno dei temi centrali della loro produzione letteraria, anche per la Scego il riconoscimento del proprio io ibrido fa da sfondo alle storie che sceglie di narrare.

Le due sorelle, Aisha e Rhoda, giunte a Roma con la zia Barni per fuggire dalla guerra civile che negli anni ’90 stava infuocando la Somalia, incarnano i due atteggiamenti opposti caratteristici di quella seconda generazione con la quale la società italiana contemporanea si trova a fare i conti; se da un lato Aisha rappresenta l’apertura all’altro e lo scambio con il diverso, Rhoda è quella che più vive le problematiche legate al senso di “non appartenenza” di un’identità scissa fra il qua e l’altrove. Aisha è il presente. I capitoli che portano il suo nome sono, infatti, sempre datati Luglio 2003 ed è lei stessa che, con il suo entusiasmo, propone la soluzione per una possibile convivenza con l’altro: ” Se gli italiani non ci capiscono, sorella, noi dobbiamo spiegare chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo. Dobbiamo dire loro quali sono i nostri sogni e le nostre aspettative. Dobbiamo parlare del nostro passato, proiettarli nel nostro futuro e far vivere loro il nostro presente” (pag. 73).

Completamente diverso è il pensiero di Rhoda che non confidando nell’integrazione e nel dialogo arriverà a prostituirsi pur di annullarsi come donna e come essere umano: “…qui ci sono i gaal e qui, dalla parte opposta, ci siamo noi. Siamo due mondi destinati a non incontrarci” (pag. 69). L’unica possibilità di redenzione per la protagonista è ritornare alle proprie origini, in una Somalia, scelta come luogo per morire, molto diversa dai suoi ricordi di bambina, ma che offre riscatto e salvezza.

Un’altra tematica che accomuna il testo di Igiaba Scego con altri autori attivi nel panorama delle letterature migranti è la descrizione di una prima generazione di immigrati che fa di tutto per mantenere i propri legami con la terra d’origine e che sogna di potervi, un giorno, fare ritorno. E’ il caso della zia Barni che, camminando per le strade di Roma, sogna Mogadiscio e si sente sola come un pacchetto di sigarette abbandonato dalla ricca gaal (in somalo, uomo o donna occidentale) per la quale lavora come donna delle pulizie. Il rifiuto dell’integrazione e la necessità di difendersi da una società italiana sempre più ostile la portano ad adeguarsi agli stereotipi di donna immigrata che i media ed il contesto in cui vive si aspettano da lei: l’italiano di Leopardi e Ariosto che aveva imparato in Somalia si trasforma, così, in un insieme di verbi sgrammaticati e in un linguaggio approssimativo.

Anche se la scrittrice sembra prediligere per questo testo toni tristi, amari e dimessi, nel finale lascia intravedere per le tre donne tre differenti possibilità di riscatto che danno al lettore una speranza proprio quando tutto sembra perduto. Aisha scopre il vero amore con Pino, un giovane napoletano che rispecchia la tipologia di molti venticinquenni italiani e nella drammaticità della sua vicenda personale, Rhoda riscopre se stessa ed il mondo ritornando alla propria terra che, anche se martoriata, le offre l’opportunità di essere nuovamente donna. Anche Barni troverà la sua strada nella borgata di periferia in cui vive che sembra aver riscattato la propria immagine grazie a molte famiglie di immigrati che hanno reso le sue strade più colorate e vivibili:”Non si sentiva tanto lontana da casa quando camminava per le strade del suo quartiere. Non provava quella sensazione di freddo alle budella che la lacerava quando puliva i cessi chic di gaal chic. Anche gli italiani le sembravano più simpatici a Primavalle” (pagg. 154/155).

La rinascita di questa donna passa inevitabilmente attraverso un cambiamento più ampio che è quello del contesto in cui vive alludendo, forse, ad una trasformazione

ancora maggiore che ruota intorno alla multietnicità e multiculturalità della società italiana di cui ne è il prodotto la stessa autrice, cittadina italiana dall’identità multipla che fra una Roma in cui la gente corre sempre ed una Mogadiscio in cui la gente non corre mai, si sente una via di mezzo e cammina a passo sostenuto.

 

RHODA, Igiaba Scego, Editore: Sinnos – 2004 pp. 223, 12,00 € ISBN: 88 7609 008 8

Recensione N.12: Quando le storie scelsero di farsi raccontare da Mahelt. 100 anni di memorie perdute e ritrovate fra Eritrea, Etiopia e Italia

“Regina di fiori e di perle” di Gabriella Ghermandi

A cura di Daniele Barbieri

Non é certamente un giallo “Regina di fiori e di perle” [Donzelli editore] di Gabriella Ghermandi. Proprio per questo giunge del tutto inatteso il clamoroso colpo di scena del penultimo capitolo. Il penultimo per convenzione, in realtr c quello conclusivo perché nelle pagine finali la storia riparte dall’inizio come in un circolo o in quelle cantilene del tipo: “C’era una volta un re che disse alla sua serva: “Raccontami una storia”. E quella comincin: “C’era una volta un re che disse alla sua […]””. Il nuovo inizio-ostrica della Ghermandi pern ha dentro una nuova perla, c diventata la nostra storia.

reginaLa magia dell’autrice c questa: che il suo raccontare svela e contiene di continuo altre storie. Anche le nostre. Perdute e difficili da ritrovare. Ma se si continua a cercare, a frugare – come accade alla protagonista, Mahlet quando tuffa la mano nel misterioso baule del vecchio Yacob – qualcosa salta fuori: “un foglietto giallognolo con i bordi smangiucchiati” pun essere l’inizio. E un destino: la profezia c chiara, quella bimba da grande sarr “cantora”.

Nella prima delle storie, quella del guerrigliero Yacob, irrompe l’italiano Daniel che – per amore e per dignitr – combatte contro i suoi connazionali.Un racconto che viene consegnato alla piccola Mahlet: “quando sarai grande scriverai e la porterai nel Paese degli italiani per non dare loro la possibilitr di scordare”. La seguiamo nell’adolescenza, inquieta “acqua nel letto di un fiume”, la noia che profuma di amaro e poi il lavoro, il Derg cioc il partito del dittatore, la rivolta che cresce. La scoperta che persino con i tappi dei barattoli rotti si possono aiutare i guerriglieri [mi scuso con chi c curioso ma ci sono sorprese, grandi e piccole, che una recensione onesta, proprio come ogni vicenda ben scritta, non deve anticipare]. Arriva la vittoria contro il Derg ma inizia anche l’esodo. E la giovane Mahlet arriva nel nostro Paese scoprendo che qui c’c anche “una stagione color ruggine”.

Il vecchio Yacob muore e Mahlet, a studiare in Italia, non arriva in tempo per un ultimo saluto. Qui scoppia una nuova serie di storie che si intrecciano e sciolgono fra Eritrea, Etiopia e Italia; dopo l’incontro con un eremita, che aiuta Mahlet a capire come il suo dolore possa trovare uno sbocco, sembra che la ragazza sia una lampada intorno alla quale insetti-storie vengono a danzare. E’ un caso? No, ma il vero perché arriverr solo alle ultime pagine, dopo un lento scivolare di ricordi perduti, di inganni e di nuovi incontri con donne guerrigliere e altre in cerca di tartarughe, con leoni presuntuosi e scimmie furbe, con italiani “incrostati come rubinetti” e il signor Antonio, straordinario personaggio che ci riconcilia – come il contadino e “traditore” Daniel – con la parte migliore di un’Italia che spesso c invece un luogo di vergogna, di solitudini, di paure. “Mantenere la mia promessa”: ecco cosa si dice Mahlet. Era necessaria questa smemoratezza? Se, l’attesa c un’arte, una maturazione, una necessitr; anche per Mahlet che pure ha un grande, raro dono: sentire il legame con il passato. C’c un tempo giusto per frugare nei vecchi bauli, un altro per raccogliere le storie nascoste e poi uno diverso per raccontarle, imparando a sistemare le parole “in modo da non recare offesa […] Parlare di qualcuno equivale a renderlo ospite. E da noi l’ospite c sacro”. Esiste un tempo per capire che le donne sono un pilastro e sui figli a loro spetta “l’ultima parola” perché non c un caso se “Dio ha scelto la loro pancia come luogo in cui seminare vite”; e poi c’c un altro tempo per stupirsi e addolorarsi che solo alcuni uomini lo capiscano.

Grazie a Gabriella-Mahlet per non averci dato “la possibilitr di non scordare”. Ma grazie anche a Ennio Flaiano, come scopriremo nei ringraziamenti finali, unico italiano che ha saputo scrivere in un romanzo qualche veritr sugli orrori del nostro colonialismo proprio quando il tabu era assoluto. La rimozione c un male e “la non conoscenza non guarisce da nulla”. E grazie alla utilissima post-fazione di Cristina Lombardi-Diop che illumina tecniche, legami, relazioni, simboli che chi legge spesso intuisce solo in parte.

Un romanzo importante che – per il valore della scrittura come per lo scatenarsi del gioco di memorie – va letto, raccomandato, magari portato nelle scuole. Una pecca c’c: il prezzo. Tirar fuori 21 euri c dura per molte tasche [fortuna che ci sono le biblioteche pubbliche] e comunque un’esagerazione per 264 pagine. C’c da augurarsi che Donzelli ci ripensi, tanto piu che questo libro ha le possibilitr per innalzarsi su un’onda di lettrici e lettori prendendo il vento e restando in piedi. Non c’c migliore “pubblicitr” del passa-parola. E io sono lieto di essere fra quelli che, al suono del tamburo, andrr nelle pubbliche piazze: “A tutti voi, attenzione. E’ uscito un grande romanzo, si chiama…”.

Già pubblicato su www.carta.org

 

Regina di fiori e di perle. Donzelli Editore, 2007. Postfazione di Cristina Lombardi-Diop. pp. 268, € 21,00.  ISBN 88-6036-130-3

Recensione N.11: Storie circolari tra Africa e Italia. L’esordio narrativo di Cristina Ali Farah

Madre piccola di Cristina Ali Farah

A cura di Daniele Barbieri

Uno dei grandi tabu della storia italiana c il colonialismo, con il suo carico di razzismo, orrori e bugie: in questi giorni arrivano in libreria due storie che ci costringono a fare i conti con quel che molti non sanno e altri preferiscono rimuovere o indorare. Due volumi che proiettano quelle vicende sull’oggi attraverso lo sguardo delle afro-italiane Cristina e Gabriella che le etichette piazzerebbero nella categoria G-2 [migranti di seconda generazione] ma che soprattutto sono meticcie, cioc nate in una cosiddetta “coppia mista”. Dell’esordio di Gabriella Ghermandi [“Regina di fiori e di perle”] ci sarr presto occasione per riparlare, intanto conviene affrontare “Madre piccola” di Cristina Ali Farah, appena uscito da Frassinelli.

madrepiccolaSi ricorda quel che si vuole: abbiamo una “memoria selettiva” spiega la somala Barni Sharmaarke. Sollecitandoci a non scordare il nostro passato di emigranti, Barni rammenta a una giornalista – proprio nelle prime pagine del romanzo – che esiste una “storia circolare di povera gente mossa dal desiderio. Desiderio cose totale da strappare radici, da sfidare cicloni”. Oggi i figli e le figlie della Somalia distrutta affrontano uragani e oblio ma il desiderio rischia di trasformarsi nell’impossibilitr persino di sognare.

L’amica d’infanzia di Barni ha un padre che fa avanti e indietro dalla prigione per motivi politici e una mamma italiana: dunque per lei, Domenica Axad c’c un doppio nome ma anche due teste curiose – “siamo spugne noi mescolati” – che in molte circostanze si escludono, litigano fra di loro, senza mettersi d’accordo. Un rischio ricorrente per molti iska-dhal cioc misti, nati da genitori di provenienze diverse. Identitr mobili, “tutti nei momenti difficili ci inventiamo appartenenze”. Eppure perfino il colore della pelle c percepito soggettivamente: “poiché c assai improbabile che il sole d’inverno abbia potuto piu dei perenni raggi equatoriali, si capisce come sia il contesto intorno a modificare la percezione della realtr”.

Termini a Roma, come altre stazioni nelle grandi cittr, c “piena di dolore”, luogo di incontro e di partenze per chi, “fagotto carico di sofferenza”, viene respinto. “Crocevia, coagulo di dolore, anticamera dell’oblio” ripete anche Axad. “Una malattia di troppe solitudini” che, in forme molto differenti, colpisce profughi, migranti, sradicati, “vita slegata, vita senza luoghi”. Espropriati, “anche dell’anima”. Si fugge dalla disperazione e dalla povertr ma si scopre anche, dice Taageere, “quanta tristezza c’c in Occidente […] non ce li possiamo immaginare tanti vagabondi quando siamo giu e sentiamo parlare di quei Paesi che stanno bene”. La coraggiosa Barni, ostetrica di bimbi e insieme levatrice di memorie, riflette – su un trenino, forse non c un caso – come “il dolore ribalta lo sguardo della gente”. Si va avanti perché “se dovessimo ricordarci tutta la tristezza del mondo non potremmo sopravvivere”. A libro finito chi leggendo avrr avvertito una qualche fitta dalle parti dei polmoni… avrr imparato a guardare le stazioni e chi le frequenta – in cerca di volti e Paesi perduti – con altri occhi.

Sono due quasi sorelle [“lei era la mia seconda anima, il mio completamento”] che si ritrovano, ognuna con una sua forza sofferente, dopo decenni; intorno uomini che molto piu di loro restano in balia degli eventi perché incapaci di prendere una direzione netta: “si sentono inutili […] non occupano piu il luogo delle decisioni”. La trama di questo libro c importante eppure non si pun, soprattutto non si deve raccontare in modo ordinato: perché fondamentale c come viene scavata e anche come scorre nei diversi punti di vista, nelle tante zone d’ombra fra il reale e l’interpretazione. Quando incontra un funzionario – o una spia? – ecco Taageere chiarire: “se non ti sta bene come racconto, allora porta le tue domande da qualche altra parte. Io sto seguendo un logicammino”. Parola nuova, logicammino, ma cose necessaria che probabilmente da oggi Cristina Ali Farah ne farr dono a tutti noi: ringraziamola percin e da oggi facciamone buon uso. “Il mio c un modo concentrico di raccontare?” chiede Barni alla giornalista che immaginiamo sconcertata. Ma i frammenti di storie si mescolano, c inevitabile. E nel narrare non c facile “discernere cin che c esterno al mio proprio personale. Viviamo forse distinguendo?”. I dettagli sono troppi? “E’ un fitto ricamo”. Di nuovo Barni, levatrice di vite e di vicende che faticano a uscire, rammenta che “quando devi raccontare riaggiusti qua e lr, colmi lacune, recuperi dimenticanze. Ma per ricordare basta un dettaglio”. Sembra talvolta che i personaggi diano voce ai dubbi di Cristina Ali Farah. Ma c un amo per chi legge. L’autrice si mostra maestra nel cambiare ritmo, evidenziando come le storie talvolta si dispongano come fili di un gomitolo dopo che un gatto lo ha fatto rotolare e aggrovigliato mentre in altri passaggi invece procedano dritte come spade per colpire piu velocemente noi lettori. “Racconti una storia e ne viene fuori una completamente diversa. Magari dico una frase sopra pensiero. Oppure un discorso salta fuori cose, separato dal contesto”. Anche per questo si avverte in “Madre piccola” un lavoro di cesello su alcune frasi-chiave per asciugarle e farle diventare quasi versi o colpi al cuore. Poco importa a chi legge che questo sentenziare, riassumere, scolpire appartenga almeno in parte alla tradizione [l’antica orale o quella freschissima di una lingua scritta costruita a tavolino?] somala o piuttosto al personale estro dell’autrice. Forse c anche un ponte gettato fra noi che leggiamo e “il somalo, lingua con una struttura sintattica e un’organizzazione del pensiero assai diversa da quella italiana”. Alcune di queste chiavi e architravi d’improvviso aprono alla comprensione, proprio dove la vicenda di “Madre piccola” appariva piu aggrovigliata. Ci traghettano dall’altra parte come ogni buona mediazione culturale tenta di fare. In qualche punto bisogna saper attendere. “Ascoltare. Non si dice che c virtu divina?”. Veniamo ricompensati capendo. Il vecchio Verne proponeva un fascinoso giro del mondo in 80 giorni; il narrare “concentrico” di Cristina Ali Farah propone un ben piu complesso giro del giorno [o poco piu… dipende dal ritmo di lettura] in 80 o piu mondi. “La storia c rimasta ingarbugliata negli scontri ma il bandolo si ritroverr, ne sono certa” annuncia Barni nell’epilogo.

Già pubblicato su www.carta.org

Madre piccola. Romanzo. Cristina Ali Farah. Editore Frassinelli. 2007 – ISBN: 887684953X. Pp: 271 – Prezzo: € 17.00