Monthly Archives: giugno 2007

Recensione N.10: La mia casa è dove sono felice. Via Ungaretti 25, Trieste, Italia

Amiche per la pelle di Laila Wadia

A cura di Francesca Chiarla

L’italiano non c la lingua madre di Laila Wadia, nata a Bombay nel 1966 e da 20 anni a Trieste, ma non ho dubbi nell’affermare che l’italiano, adottato nel testo come strumento di comunicazione e comprensione, c il vero protagonista del suo romanzo “Amiche per la pelle”, pubblicato recentemente da E/O.

amicheLa cornice che fa da sfondo alle vicende tanto ironiche quanto reali di quattro famiglie straniere arrivate a Trieste da paesi differenti e per ragioni differenti c la palazzina fatiscente di Via Ungaretti 25 in cui i ricordi della guerra nella vicina ex-Jugoslavia si mescolano ai profumi delle spezie indiane e storie albanesi vengono a contatto con l’immigrazione illegale cinese, ricreando, cose, un microcosmo multi-culturale in costante equilibrio fra integrazione ed esclusione.

Sono, pern, le lezioni di italiano che le quattro “capofamiglia” decidono di frequentare che mettono in mostra le caratteristiche piu intime, genuine e a volte anche strazianti di quattro culture differenti che comunicano fra loro in una lingua adottiva. I riferimenti linguistici sono la chiave per comprendere la personalitr e la storia di ognuna; mentre per Marinka, bosniaca, reduce dagli orrori della guerra, l’unico tempo coniugabile c il futuro, per Lule, enigmatica albanese che si vergogna della sua posizione impostale dalla societr italiana, il congiuntivo c il tempo verbale che piu le si addice e se per la cinese Meigui, conosciuta come Bocciolo di Rosa, parlare del passato significa iniziare a pronunciare una serie di parole contenenti la lettera “r”, per Shanti, un’indiana dolce ed accondiscendente, coniugare i verbi italiani significa solo navigare in un mare di ricordi felici fatti di profumi e di colori che sanno di casa.

A dimostrare che la lingua non c solo veicolo di un’espressione verbale, bense di un modo d’essere e di sentirsi, la forte preoccupazione dovuta alla notizia di un imminente sfratto fa riemergere errori grammaticali e difetti di pronuncia, quasi a sottolineare la fragilitr che caratterizza i rapporti d’integrazione fra realtr differenti.

Tra le tante difficoltr quotidiane e la lotta alla sopravvivenza che caratterizzano l’esistenza di tanti cittadini stranieri che vivono nelle nostre cittr e che la scrittrice qui descrive con realistica ironia, si intravede una luce di speranza rappresentata da quella nuova generazione di bambini che sono il prodotto ibrido del qua e lr, del prima e dopo che si potranno sentire a casa solo nel luogo in cui si sentiranno davvero felici.

Sarebbe bello pensare che, un giorno, quel luogo possa essere la “nostra”Italia.

 

Amiche per la pelle, Laila Wadia, Editore: E/O, 2007, Pagine: 160, Euro 14,00. ISBN: 978-88-7641-775-7

 

 

 

 

Recensione N.9: Omicidio a Piazza Vittorio. Una commedia all’italiana scritta da un autore algerino

Scontro di Civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. di Amara Lakhous

A cura di Francesca Chiarla

Sono felice ed orgogliosa di parlare di questo testo di Amara Lakhous, giovane scrittore algerino in Italia dal 1995, che arricchisce il panorama della letteratura italiana contemporanea rendendo omaggio alla nostra lingua poco immediata e difficile da “domare”.

scontro“Scontro di civiltr per un ascensore a Piazza Vittorio” questo il titolo del libro, ci offre uno spaccato della vita e della storia del nostro paese dal dopoguerra ad oggi, dal Neorealismo di De Sica agli anni di governo della Democrazia Cristiana fino ad arrivare alle complesse problematiche legate alla realtr dell’immigrazione, il tutto narrato attraverso i punti di vista dei tanto bizzarri quanti reali abitanti di una palazzina in cui c appena avvenuto un omicidio. Interrogati da un poliziotto, i personaggi parlando della vicenda inevitabilmente si raccontano; la vita di Benedetta Esposito, la portinaia napoletana, si intreccia alle tristi vicende di Maria Cristina Gonzales, la badante peruviana cose come la voce del barista romano e romanista Sandro Dandini si mescola alla realtr del rifugiato iraniano Parviz Mansor Samadi o del bengalese Iqbal Amir Allah, negoziante di piazza Vittorio.

Il filo rosso che collega ed anima tutti i coinquilini c la figura di Amedeo o Ahmed attraverso il quale lo scrittore affronta il delicato tema dell’identitr costantemente divisa fra due mondi e due nella lotta fra passato e presente: dove sta la veritr? quando si riuscirr a trovare un equilibrio? come ci si deve comportare? quale la via d’uscita? Attraverso piccole consapevolezze disarmanti e vecchi stereotipi che strappano al lettore un sorriso, Amara Lakhous cerca di rispondere a questi interrogativi: “… Il razzista non sorride! Il problema del razzista non c con gli altri ma con sc stesso. Direi di piu: non sorride al prossimo perché non sa sorridere a sé stesso… Medici di tutto il mondo, unitevi! Inventate un nuovo rimedio per curare i razzisti dall’invidia e dall’odio. Iqbal ha diagnosticato la loro malattia: abbiamo bisogno di compresse come l’aspirina per aiutare questi disgraziati a sorridere.”

 

Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. Amara Lakhous. Edizioni E/O, Roma, 2006, 192 Pp. , Euro. 12,00. ISBN: 88-7641-716-8

 

 

Recensione N.8: Una triste ma preziosa testimonianza.

“Fiamme in paradiso” di Abdelmalek Smari

A cura di Karim Metref

In un Italia in cui sembrano lontani (fin a dubitare della loro esistenza) i tempi della povertr, dell’emigrazione, dell’avventurosa ricerca della fortuna nel nuovo mondo e delle umiliazioni nel vecchio; in un Italia ormai iscritta nel gruppo degli otto paesi piu ricchi e/o piu potenti del pianeta; in un Italia, infine, divisa tra la volontr di produrre sempre di piu e a costi ridotti e la paura di perdere l’anima nell’inevitabile arrivo di manodopera straniera che cin induce, si forma, poco a poco, una specie di sotto societr di immigrati provenienti per lo piu dall’Africa o dall’America Latina. Ed c questo il sottofondo del romanzo di Abdelmalek Smari .

fiammeinparadisoNon c il melting-pot etnico e culturale che si vede a Londra, New-York o a Parigi con la creazione di una intensa vita culturale e di un élite dell’emigrazione che comincia a essere presente a tutti i livelli della vita del paese, tranne il potere politico ( perché comunque, per intenderci, non si tratta di paradisi multietnici) e non c il regno dei gruppi isolati ma iper-imprenditori come sono le comunitr cinesi in America o i Turchi in Germania. Qui si tratta di un immigrazione nuovissima che, come accade spesso, c ancora al livello della proto-immigrazione (popolazioni di uomini in maggioranza giovani, celibi o sposati ma con le mogli rimaste al paese di origine), un immigrazione tollerata solo sui luoghi di lavoro duro, sporco, pericoloso o comunque mal remunerato. Una immigrazione senza accesso alla vita pubblica, senza rappresentanza culturale degna di essere citata e quindi senza quasi nessuna produzione culturale, artistica o letteraria che possa testimoniare di questa loro dura vita. E in questo contesto, l’uscita del libro di “Fiamme in paradiso” c un evento in se perché c una testimonianza preziosissima di come una comunitr di immigrati, clandestini, di origine nordafricana (ma soprattutto algerina come l’autore, una delle piu piccole comunitr di immigrati in Italia) vive questo esilio in un paese che non riesce ancora ad ammettere la sua crescente multietnicitr e muticulturalitr.

Quando Karim, il protagonista del romanzo “Fiamme in paradiso”, c sul punto di lasciare il paese, egli fa un ultimo giro della stampa nazionale come per scrutare un segno di miglioramento, una piccola speranza, una vaga promessa di ritorno felice in un paese guarito dalla follia collettiva che lo colpisce. Ma invano. La situazione in questa Algeria degli anni novanta c decisamente brutta e non si vede la fine del tunnel.

Quando si c un giovane pieno di vita e di entusiasmo, che si consacra al raggiungimento del piu alto traguardo che gli studi gli permettono e, dopo anni di sacrificio, ottenerlo, si ha giustamente l’ambizione di trovare un lavoro degno, di avere una vita dignitosa, di poter fondare una famiglia, di avere una vita culturale al livello della sue aspirazioni e di partecipare in un modo concreto alla costruzione del suo paese e alla sua gestione. E tutto questo c negato all’eroe nel suo paese e lo costringe ad andare via a cercare fortuna lontano dalla sua casa e patria.

Nato negli anni sessanta, nell’euforia dell’indipendenza appena ritrovata dopo 130 anni di schiavitu, Karim si presenta alla vita adulta negli anni novanta in piena guerra civile, dopo che il sogno di “una vita migliore” per tutti sia svanito nel labirinto della dittatura militare, della borghesia di stato corrotta e corruttrice e del finto benessere mantenuto coi redditi del petrolio e poi col ricorso all’indebitamento massivo.

Karim, come una buon parte di quelli della sua generazione, ha ricevuto un insegnamento decente (quel che non c successo alle generazioni seguenti poiché una serie di riforme dette di “algerianizzazione” della scuola l’hanno completamente sfasciata). Egli ha accesso in modo quasi uguale all’Arabo e al Francese. Due lingue, due veicoli di due culture (Occidente/Oriente), che non hanno mai imparato a vivere in serenitr l’una accanto a l’altra ed accettare come normali l’interscambio tra di loro. L’Algeria del dopo indipendenza vive la sua pluralitr culturale in modo conflittuale e addirittura violento (questa opposizione c una delle maggiori ragioni dell’attuale guerra civile ma non la principale come viene spesso presentato all’estero). Sono una moltitudine di modi diversi di essere Algerino che si affrontano nella societr ma anche nella personalitr di Karim e dei suoi compatrioti.

C da questo ambito sociale, culturale e politico che Karim, un giorno, prende la sua borsa con dentro un po’ di vestiti (all’occidentale), un po’ di pane secco (tipicamente nordafricano / Berbero) e poi qualche libri in Francese e in Arabo (Oriente/Occidente), per dirigersi verso quello che lui considera un paese di storia, cultura e di civiltr: l’Italia.

Pern, l’Italia, quando si arriva da povero immigrante, non c quella sognata ne quella descritta nei libri. L’Italia “dei libri”, lui l’intravede appena tra una ricerca continua di un luogo per dormire e di qualcosa da mangiare, tra un umiliazione continua, uno sfruttamento sporadico da parte dei piccoli padroni e una violenza poliziesca che finisce di laminare il poco di illusioni che rimanevano in lui. L’Italia, lui la vede soprattutto attraverso uno sguardo deformato dalle troppe frustrazioni, dalle umiliazioni continue, dall’odio e da un ignoranza sapientemente mantenuta da alcuni “capi spirituali”: quello degli altri clandestini nordafricani, quegli che l’hanno preceduto di vari anni nell’inferno dell’immigrazione clandestina: un gruppo di Nordafricani che girano intorno al centro culturale islamico. Ma, uomo colto e dotato di spirito critico, l’eroe del romanzo rifiuta di cadere nelle trappole del pregiudizio e dei ghetti auto imposti. Egli ricerca di capire, di parlare, di aprirsi una breccia nel muro d’intolleranza che separa i due mondi. Questo pern, da una parte non serve a migliorare la sua sorte o a risolvere i suoi problemi materiali e dall’altra lo isola dal gruppo di compatrioti e correligionari che, sotto la spinta di alcuni integralisti vedono in lui un traditore.

La morte mette un termine alla dolorosa ricerca di Karim di un posto al sole. Ma neanche la sua morte assurda o la normale compassione, che si ha di fronte ad una vita interrotta nella sua primavera, servono a riconciliare i due mondi antagonisti. La stampa presenta il bilancio dell’incidente con un “morti quattro persone e un Marocchino” e la comunitr nordafricana e musulmana si rifiuta di aiutare a riportare al paese la sua salma, come si sarebbe fatto per un “buon musulmano”.

Quando ho chiuso il libro di Abdelmalek Smari, sono rimasto con una profonda tristezza e anche un po’ di disillusione. Forse speravo una “Happy-end” per rassicurare il bambino che dorme in ognuno di noi e che crede ancora nelle fate (tiwkilin come si chiamano da noi) e nel lieto fine che, almeno nelle fiabe e nei film americani, c sempre la ricompensa dei bravi ragazzi come lo c stato Karim in questo romanzo. Ma il libro di Abdelmalek Smari non c una fiaba, c un romanzo realista e triste, molto triste, che non lascia spazio alla speranza. Pern, con delle realtr cose, che sono veramente drammatiche, ancora vissute o, se sono finite, le cui ferite non sono ancora chiuse, c molto duro presentarli in un altro modo. E per quello, Fiamme in paradiso c un concentrato di realtr. Delle realtr che Abdelmalek Smari e gli altri immigrati dell’Algeria, del Nordafrica e del resto dei paesi del terzo mondo, hanno visto e vissuto e vivono ancora.

Genova, il 29 gennaio 2001.

 

Fiamme in paradiso. Abdelmalek Smari. Il Saggiatore. Milano, 2000

 

 

 

 

 

 

Recensione N.7: “Amiche per la pelle” di Laila Wadia

A cura di Silvia De Marchi

Si chiama Amiche per la pelle ed c edito da E/O il primo romanzo di Laila Wadia, ottima scrittrice di racconti lievi e divertentissimi, abile creatrice di personaggi indimenticabili.

amicheAmiche per la pelle c una storia che fa sorridere e pensare all’integrazione possibile e necessaria in queste nostre cittr italiane, lo scenario in cui si apre c uno stabile vecchio e malmesso, in via Ungaretti 25, un “palazzo cenerentola”, “in perenne attesa della bacchetta magica”… Ma c anche un palazzo di quelli ai quali ci si affeziona col tempo, che cambia faccia insieme ai condomini. Qui ci abitano quattro famiglie: i Fong coniugi cinesi con uno stuolo di bambini di dubbia parentela al seguito, gli albanesi Dardani, che con i loro neon verde-blu sembra abitino un set di Star Trek, gli Zigovic profughi bosniaci fuggiti dal massacro con i loro gemelli e infine i Kumar, una giovane coppia indiana venuta in Italia per riscattare il proprio futuro.

Unico inquilino italiano dello stabile il signor Rosso (o “Lo So” come lo chiama la signora Fong), un gattaro scorbutico seppellito tra mobili stile impero, libri di poesia e foto del duce, del quale c un grande ammiratore! Per lui tutti gli stranieri sono “Negri!” senza sfumature… ce l’ha con i cinesi perché “mania gatti” e accoglie i nuovi arrivati indiani con un sonoro “Cazzo! Altri neri!”

Sarr una rete di amicizia e alleanze tutta al femminile a salvare dalla sciagura che si presenta sotto forma de La lettera, un preavviso di sfratto che paralizza tutti con il suo burocratese incomprensibile, le leggi strane nascoste tra le sue righe e il suo tono impositivo.

La vita e le difficoltr d’integrazione di queste famiglie sono raccontate con l’ironia dolceamara della giovane indiana Shanti, la voce narrante, il cui nome ha nel suo significato la missione della donna (Shanti significa pace) che piu di tutte fa da collante e cerca di guardare alle cose con la leggerezza e la speranza che le donano i suoi quasi trent’anni.

Ma la grande e silenziosa protagonista di questo romanzo sembra essere Trieste, la cittr d’adozione di Laila Wadia, una cittr un po’ fuori dall’Italia, la cittr mitteleuropea di Italo Svevo, di Saba e dell’esilio di Joyce. C con Trieste e i triestini che le protagoniste cercano di andare d’accordo, con i cibi locali dai sapori decisi e il freddo tagliente dei lunghi inverni.

Ed c proprio Shanti, che leggendo Trieste di Saba, dono del signor Rosso confessa: “La prima volta non la capisci bene, ma poi ti penetra nel cuore, come questa strana città”.

 

Amiche per la pelle, Laila Wadia, Editore: E/O, 2007, Pagine: 160, Euro 14,00. ISBN: 978-88-7641-775-7